La Menta e l'illusione del ghiaccio

Guida aromatica alla fuga dal caldo estivo

L’estate è per molti la stagione preferita: le tanto attese ferie, i viaggi, il mare, i tramonti sulla spiaggia, le escursioni in montagna, il meritato riposo. Purtroppo però c’è anche chi in estate continua a lavorare e deve rimanere in città, chi non può permettersi ferie e viaggi, chi è costretto a restare a casa per mille diversi motivi. C’è a chi il caldo piace e non crea fastidi ma per qualcuno, magari a causa dell’età, per problemi più o meno gravi di salute o per una semplice diversa tolleranza fisica e sensibilità, le temperature troppo alte possono diventare un vero e proprio disagio. Oltre all’aria condizionata, ai ventilatori e alle bevande ghiacciate, vi è un’altra via per trovare refrigerio: modificare la temperatura percepita attraverso il sistema olfattivo ed i recettori cutanei. Quando il caldo estivo arde ogni pensiero razionale e l’aria sembra liquefarsi insieme alle nostre ultime energie è possibile ingannare il cervello attraverso molecole volatili capaci di hackerare i recettori termici del nostro corpo. Alcune molecole volatili, come il mentolo ed i terpeni delle conifere, sono in grado di ingannare i recettori del nostro sistema nervoso, simulando un’immediata sensazione di freddo e refrigerio. Queste molecole sono contenute in determinati oli essenziali capaci dunque di alterare la nostra percezione della temperatura. L’algida Menta che regala brividi sulla pelle, le folate balsamiche dell’Eucalipto, l’ombra aromatica dei Pini e degli Abeti di montagna possono essere un valido aiuto durante le torride giornate estive.

La Menta e l’illusione del ghiaccio

L’olio essenziale di Menta piperita contiene il mentolo, un alcol organico che si lega direttamente al recettore termico TRPM8 presente sulla pelle e sulle mucose. Il recettore TRPM8 (Transient Receptor Potential Melastatin 8) è un canale ionico, che funziona come un “termostato” biologico ed è deputato ad inviare al cervello il segnale di temperature fredde (generalmente tra i 10 e i 28 °C). Senza variare la temperatura corporea reale, il mentolo, legandosi al recettore TRPM8, invia un segnale istantaneo di “freddo” al cervello, abbassando la percezione della temperatura. Si tratta di un vero e proprio “hack” neurosensoriale: il corpo risponde riducendo la percezione del disagio termico. Ne consegue un’immediata sensazione di sollievo, come se un alito di vento artico ci avesse sfiorato la pelle. La magia della menta piperita è dunque una sottile illusione biologica. Il mentolo è come un brivido improvviso, il ghiaccio che sfiora la pelle, l’aria pura di una vetta innevata che spazza via la nebbia del torpore estivo e dona subito fredda lucidità. Basta aprire una boccetta di olio essenziale di menta piperita e la sua frazione molecolare volatile scatena subito una rivoluzione sensoriale. La menta, attraverso il brivido cutaneo, riattiva i sensi assonnati e trasforma la pesantezza dei muscoli in una sensazione di incontaminata leggerezza. Dona chiarezza mentale, spazza via la stanchezza cognitiva legata al caldo e restituisce al pensiero la sua forma più affilata e trasparente.

Avvertenze e consigli di utilizzo

L’olio essenziale di menta piperita è tra i più potenti oli essenziali in aromaterapia e, proprio per la sua elevata concentrazione di mentolo, richiede precauzioni rigorose per evitare effetti avversi anche gravi. Non va MAI utilizzato puro sulla pelle ma deve essere sempre diluito in un olio vettore. Se applicato puro, provoca forti arrossamenti, sensazioni di bruciore intenso e reazioni allergiche. Se si sceglie l’uso cutaneo, l’olio essenziale di Menta deve essere sempre diluito in un olio vegetale, ad esempio olio di mandorle o jojoba. La proporzione corretta per l’adulto è di massimo 1 goccia in un cucchiaio di olio vettore (diluizione all’1%). Alternative sicure sono oli per il corpo già preparati e diluiti che contengono l’olio essenziale di menta, saponi, bagnoschiuma e creme per il corpo. Evitare sempre il contatto con gli occhi.

Può essere utilizzato per bagni e pediluvi, ideale con acqua fredda.

L’olio essenziale di Menta può essere anche diffuso nell’ambiente: 2-3 gocce in un diffusore ad ultrasuoni per ambienti ampi. Non tenere acceso il diffusore per più di 20-30 minuti consecutivi e arieggiare il locale. Si possono inoltre inumidire delle strisce di stoffa e legarle al ventilatore. NON diffondere MAI nell’ambiente se presenti animali. I gatti mancano dell’enzima epatico glucuronil-transferasi e non metabolizzano il mentolo (tossicità acuta). Nei cani l’olio essenziale di menta altera l’olfatto e irrita i polmoni.

Un utilizzo sicuro ed elegante dell’olio essenziale di menta è versare 1-2 gocce su un ventaglio per sventolarsi, con l’accortezza di non tenere il ventaglio troppo vicino al viso.

L’uso di olio essenziale di menta piperita è sconsigliato in gravidanza, allattamento e per i bambini sotto i 6 anni.

L’Eucalipto: la fresca foschia blu delle foreste australiane

La menta lavora principalmente su una sensazione termica cutanea, l’eucalipto e gli oli essenziali che derivano dalle conifere (pino, abete e cipresso) agiscono, invece, sulla respirazione e sul sistema nervoso centrale. L’olio essenziale di Eucalipto contiene l’eucaliptolo, responsabile, insieme all’isoprene, della suggestiva foschia blu che avvolge le foreste australiane nelle giornate calde e assolate e dona una sensazione di refrigerio a chiunque abbia la fortuna di passeggiare tra le foreste di Eucalipto.

L’olio essenziale di Eucalipto produce infatti un immediato effetto di “aria pulita”. L’eucaliptolo interagisce con le vie aeree superiori e con il nervo trigemino illudendo il cervello che l’aria sia più pura ed ossigenata. In realtà ovviamente l’ossigeno nell’aria non aumenta, è l’’eucaliptolo che, dilatando i bronchi, aumenta la percezione di incamerare più aria e dona l’illusione di respirare un’aria più fresca e pura. Inalare olio essenziale di Eucalipto dissipa all’istante quella sgradevole sensazione di pesantezza che accompagna l’afa estiva. A livello sensoriale, l’eucalipto spazza via la nebbia mentale e la letargia causate dalle alte temperature. Dona una freschezza balsamica, canforata, pulita e richiama la purezza di una natura primordiale che si rigenera attraverso il proprio profumo, come le immense distese di alberi di Eucalipto nel sud-est dell’Australia.

L’ombra delle foreste in una goccia

Similmente all’Eucalipto anche gli oli essenziali delle conifere possono essere un valido aiuto per un fresco sollievo all’afa estiva. Il Pino silvestre, l’Abete bianco e il Cipresso sono ricchi di alfa-pinene e beta-pinene, molecole appartenenti alla famiglia dei monoterpeni. I monoterpeni hanno un’azione fluidificante e balsamica naturale, dilatano i bronchi e permettono di incamerare più aria, proprio come l’ olio essenziale di Eucalipto. In estate, quando il caldo rende l’aria “pesante” e risulta più faticoso respirare, l’effetto di un’inalazione di oli essenziali balsamici come l’abete, il pino ed il cipresso, simula la sensazione di immettere aria più pura e fresca nei polmoni. Quando respiriamo i composti rilasciati dagli alberi nei boschi accade qualcosa di preciso a livello fisiologico: si riduce l’attività del sistema nervoso simpatico, responsabile dello stato di allerta e crollano i livelli di cortisolo. Si stabilizzano, inoltre, la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, spesso alterate dall’afa. Il sistema nervoso dunque si calma. Riducendo la risposta di stress legata all’afa, il corpo percepisce meno l’affaticamento termico. Il cervello, infine, associa istintivamente il profumo delle conifere all’ombra delle fronde degli alberi, all’umidità del sottobosco e alle temperature miti della montagna. I pini, gli abeti ed i cipressi custodiscono nei loro aghi il ricordo imperituro della neve, del ghiaccio e delle vette montane. Gli oli essenziali estratti dalle loro chiome regalano la purezza dell’aria montana e si ergono come una frondosa cattedrale olfattiva che filtra la luce accecante dell’estate in una penombra verde, umida e balsamica.

Utilizzi e controindicazioni

Gli oli essenziali di Eucalipto, di Pino silvestre, di Abete e di Cipresso possono essere diffusi nell’ambiente attraverso diffusori per 15-20 minuti per purificare l’aria durante le torride giornate d’estate e per creare l’illusione di trovarsi in una fresca ed umida foresta. Come per l’olio essenziale di menta, si possono utilizzare per inumidire strisce di stoffa da legare al ventilatore. Si possono versare 2-5 gocce di olio essenziale di Eucalipto, di Pino silvestre, di Abete o di Cipresso in mezzo bicchiere di alcol denaturato o aceto bianco e versare poi il tutto in un secchio d’acqua per lavare i pavimenti. Questi oli essenziali hanno infatti anche proprietà antisettiche, antibatteriche e sgrassanti. Diluiti in alcool possono essere vaporizzati su tende e tappeti. Né l’olio essenziale di Eucalipto né gli oli essenziali di Pino silvestre, Abete o di Cipresso vanno mai utilizzati puri per uso topico ma sempre con una diluizione del 2% in un olio vettore vegetale. In ambiente la diffusione non deve superare i 20 minuti. Non devono essere utilizzati in presenza di bambini sotto i 6 anni, donne in gravidanza, persone affette da tumori ormono-dipendenti, insufficienza renale, soggetti asmatici, epilettici e animali.

Leggere, volatili, effimere con alcol in gradazione al 70-85 % e concentrazione aromatica molto bassa. L'alta gradazione alcolica garantiva un' evaporazione rapida e dunque la diffusione immediata del profumo, l'effetto rinfrescante sulla pelle aumentava il senso di pulizia.

L’Acqua di Colonia, nasce all’inizio del 1700 grazie ad un profumiere italiano: Giovanni Paolo Feminis, originario di Crana, un paese di montagna in Piemonte al confine con la Svizzera, ed emigrato in Germania per lavorare come venditore ambulante. Nel 1693 si stabilì a Colonia per lavorare nella bottega di una zia che vendeva sete, merletti e guanti profumati. In Germania, Feminis fu aiutato economicamente da un mercante e profumiere italiano anch’egli emigrato: Giovanni Maria Farina. Probabilmente grazie anche all’aiuto economico ed al sostegno di Farina, Feminis creò un’acqua profumata: L’Aqua Mirabilis.

L’Aqua Mirabilis, inizialmente, era concepita come una bevanda lenitiva, un tonico, che a dire di Feminis poteva guariva tutti i mali: del corpo e dello spirito. Veniva utilizzata come rinvigorente, rinfrescante ed antisettico, bevuta, frizionata sul corpo e massaggiata. Era dunque più un elisir dalle molteplici proprietà che un profumo fine a se stesso. L’Aqua Mirabilis Iniziò a fare successo come rimedio universale, le voci cominciarono a girare sempre di più fino a quando, nel 1727, la Facoltà di Medicina di Colonia la approvò ufficialmente per le sue qualità terapeutiche.

Così un migrante italiano di un paesino ai più sconosciuto ottenne il riconoscimento di una delle istituzioni mediche più autorevoli d’Europa, ma non ottenne solo questo. Feminis alla sua morte, nel 1736 passò la formula a Giovanni Antonio Farina, il suo aiutante e nipote di Giovanni Maria Farina. Giovanni Antonio Farina continuò a produrre l’acqua creata da Feminis espandendo la produzione ed il mercato dell’Acqua di Colonia. Farina descrisse l’Acqua di Colonia come:

“un mattino italiano di primavera dopo la pioggia”.

Questa nuova acqua, fresca, leggera, luminosa, agrumata, composta da spirito di vino con note di bergamotto, cedro, limone, mandarino, pompelmo, lavanda, melissa, neroli, rosmarino, timo, petitgrain, gelsomino, tonico, elisir e profumo, in breve tempo si diffuse in tutta Europa con il nome di Eau de Cologne. Il suo successo era dovuto proprio al fatto che era molto diversa dai pesanti ed opulenti profumi utilizzati fino ad allora, oltre che per le proprietà che si diceva avesse. L’Acqua di Colonia divenne il profumo di re, generali, aristocratici e soprattutto il profumo più copiato e conteso della storia. In molti si attribuirono la creazione dell’Acqua di Colonia proprio per il suo enorme successo.

Personaggi illustri legati all’Acqua di Colonia

Maria Antonietta era una grande estimatrice dell’Acqua di Colonia ed in generale delle acque agrumate e floreali, fu proprio lei ad introdurla alla corte di Versailles. Anche Napoleone fu un grande amante dell’Acqua di Colonia: ne consumava fino a sessanta flaconi al mese, la beveva, la utilizzava per profumare il corpo ma anche guanti, fazzoletti e persino l’acqua della vasca da bagno. La conservava in flaconi appiattiti da infilare negli stivali di modo da poterla portare sempre con sé anche durante le sue campagne militari. Non ne amava solo il profumo ma credeva nelle proprietà miracolose che le erano attribuite.

Oggi alcuni studi (lo scienziato Parvez Haris) ipotizzano che l’eccessivo abuso di alcol e di oli essenziali contenuti nell’Acqua di Colonia prolungato negli anni possa aver contribuito a una forma di intossicazione cronica con conseguenze sulla sua salute e lo sviluppo del tumore allo stomaco. Anche Goethe, Voltaire, Wagner e la Regina Vittoria facevano uso ed amavano l’Acqua di Colonia.

Acque profumate ed Elisir

Il fatto di attribuire delle proprietà mediche e miracolose ad un profumo, in particolare ad un’acqua, oggi può sembrarci strano ma in realtà nelle epoche passate era molto comune. Le acque profumate nascono proprio a tal fine. La storia delle acque profumate non inizia nel 1700 ma nel 1300, grazie all’avvento della distillazione in Europa e alle ricerche degli alchimisti. Precedentemente, nelle civiltà antiche: Antico Egitto, Antica Grecia, Antica Roma si usavano soprattutto unguenti oleosi e resine aromatiche. I profumi erano densi, a base di oli o di grassi, non diluiti in alcol.

La vera svolta arriva con lo sviluppo della distillazione, prima nel mondo arabo e successivamente in Europa. Un passaggio chiave avvenne grazie ad Avicenna nel XI secolo che perfezionò la distillazione delle essenze floreali (acqua di rose).

La prima acqua famosa che conosciamo risale proprio al 1300 e fu realizzata per la regina Elisabetta d’Ungheria da un alchimista: l’Acqua della Regina d’Ungheria. Era un idrolato alcolico di rosmarino che la leggenda vuole abbia non solo migliorato la salute della regina, affetta da gotta e reumatismi, ma le abbia anche ridonato bellezza e giovinezza tanto che, a 72 anni, si trovò a dover rifiutare uno spasimante più giovane di lei di cinquant’anni: il Granduca Carlo Alberto di Lituania.

Nel 1300 iniziò ad emergere la prima implicita distinzione tra acqua profumata: leggera, terapeutica, legata all’igiene e profumo, molto più concentrato e persistente. La distinzione tra acqua profumata e profumo, divenne più esplicita e chiara proprio nel 1700 grazie alla nascita dell’Acqua di Colonia e tecnica, sistematica e standardizzata nel 1800, soprattutto nella seconda metà, dal 1860 grazie alla chimica moderna, all’industrializzazione e al bisogno di commercializzare su larga scala i profumi, differenziandoli per prezzo ed uso.

Le Acque profumate

L’Acqua di Colonia ed in generale le acque profumate sono la tipologia di profumazione più utilizzata dal 1700 e soprattutto nel 1800.

Leggere, volatili, effimere con alcol in gradazione al 70-85 % e concentrazione aromatica molto bassa. L’alta gradazione alcolica garantiva un’ evaporazione rapida e dunque la diffusione immediata del profumo, l’effetto rinfrescante sulla pelle aumentava il senso di pulizia.

Per quanto riguarda l’alcol veniva utilizzato alcol etilico, derivato principalmente dal vino, ma anche dai cereali e dalla barbabietola, spesso chiamato spirito di vino, purificato ma meno raffinato rispetto ad oggi. Veniva rettificato più volte ma spesso poteva contenere piccole impurità odorose. L’utilizzo dell’alcol come solvente principale alleggeriva notevolmente il profumo rispetto al passato.

Oggi la gradazione alcolica di un’acqua profumata è leggermente più bassa: 70-80% e soprattutto è diversa la natura dell’alcol etilico: altamente purificato e completamente neutro. La percentuale di acqua era del 10-20 %. Veniva utilizzata acqua purificata tramite ebollizione o anche acqua di fonte filtrata e serviva per ammorbidire la componente alcolica e rendere il profumo meno aggressivo sulla pelle. Ovviamente anche questa è una differenza con le acque di oggi. L’acqua utilizzata oggi è demineralizzata, ultrapura e garantisce una stabilità del prodotto molto più alta.

La percentuale aromatica era del 2-5 massimo 7%. Per tale motivo le acque di colonia e in generale le acque profumate risultavano così leggere e di breve durata: duravano al massimo 1-2 ore, evaporavano molto rapidamente sia per l’alta percentuale alcolica, sia per la bassa percentuale di essenze utilizzate e, per le acque di colonia nello specifico, anche per la natura stessa delle materie prime scelte e cioè soprattutto gli agrumi, note di testa estremamente volatili, note aromatiche come il rosmarino e la lavanda, fiori come la rosa o il neroli.

Le acque profumate di oggi hanno una percentuale di essenze sempre molto bassa: 3-6% ma una struttura più complessa con una varietà di note di testa, cuore e fondo naturali ma soprattutto sintetiche. Grazie all’utilizzo dei fissativi attuali possono arrivare a durare fino a 4 ore.

Il 9 maggio 2026, tra le eleganti stanze del Museo Stibbert, si è svolto un evento dedicato a Maria Rachele Candida Aurora Cafaggi, la signora Giulia Stibbert e alla profumeria del 1800.

Viaggio olfattivo nel profumo del 1800.

Il 9 maggio, tra le eleganti stanze di casa Stibbert, si è svolto un evento dedicato a Maria Rachele Candida Aurora Cafaggi, la signora Giulia Stibbert e alla profumeria del 1800.

I partecipanti sono stati condotti alla scoperta della figura di Giulia Cafaggi attraverso le sale della splendida villa, ascoltando la storia della sua vita. 

Il tour è terminato nella sfavillante sala da ballo dove ho accolto i partecipanti con un piccolo dono olfattivo: un fazzoletto in cotone bianco imbevuto con Acqua di Colonia realizzata da me per l’occasione, utilizzando le materie prime presenti nell’originale Acqua Mirabilis di Giovanni Paolo Feminis

I visitatori hanno così potuto rifocillarsi dopo il tour e rinfrescarsi tamponando il collo ed i polsi. 

Il limone, il bergamotto, il cedro, la lavanda, il neroli e lo Spirito di Vino hanno subito catapultato i partecipanti nell’atmosfera olfattiva del 1800 ed è così iniziato l’esercizio di archeologia sensoriale alla scoperta del profumo dell’epoca della signora Stibbert. 

Dalla iniziale narrazione orale della storia di Giulia e dall’osservazione visiva degli ambienti del Museo Stibbert il percorso si è successivamente spostato verso un diverso registro linguistico e percettivo: quello del linguaggio olfattivo, più subliminale e maggiormente collegato alla sfera emotiva e mnemonica

Si sono così susseguiti dettagli e gesti di un’epoca passata: un vassoio d’argento dal quale scegliere il proprio fazzoletto profumato, flaconi di cristallo contenenti acque ricreate secondo le antiche tecniche del 1800, guanti bianchi imbevuti di profumo, una sfera con all’interno mandorle di Fava Tonka, una fiala contenente baccelli di vaniglia, racconti di leggende Totonaki, Cumarina, Vanillina, un flacone in vetro di Murano con vaporizzatore a pompetta e nappa ed infine i ventagli che hanno inebriato la stanza del Profumo di Giulia.

Acqua fiorita di Giulia Stibbert 

Il profumo di Giulia è un’acqua profumata con una concentrazione essenziale del 5% in alcol etilico ed acqua distillata. 

Realizzata artigianalmente secondo le tecniche dell’epoca, non presenta né fissativi né molecole di sintesi.

È volutamente leggerissima, elegante, sobria e fresca, con richiami olfattivi a Firenze, città che ha accolto Giulia e al Casentino, terra di origine della signora Stibbert.

Di seguito alcune delle essenze utilizzate:

Iris Fiorentina: Polvere estratta dal rizoma del Giaggiolo bianco, coltivato tra le colline del Chianti. 

La polvere di iris veniva utilizzata sin dal Medioevo come decotto per le vie respiratorie. 

Nel Rinascimento il rizoma finemente polverizzato veniva impiegato per profumare talchi e ciprie, nonché dentifrici, sacchetti per la biancheria e guanti e per aromatizzare il vino.

Per il profumo di Giulia ho utilizzato burro di iris fiorentina della zona di San Polo in Chianti.

Ho scelto l’iris come omaggio olfattivo a Firenze, città in cui Giulia ha vissuto fino alla sua morte, per l’importanza dell’iris fiorentina nella profumeria del 1800 e per la sua elegantissima nota talcata.

Rosa Centifolia o Rosa di Maggio: coltivata soprattutto a Grasse ma anche in piccola parte in Toscana. Più delicata e talcata rispetto alla Damascena. Questa in particolare proviene da un piccolo produttore del Mugello. 

Nel 1800 si poteva reperire da produttori locali, monasteri oppure da Grasse. Protagonista del profumo perché utilizzatissima nel 1800 anche solo come acqua di rose. 

L’acqua di rose, ottenuta dalla distillazione dei petali, veniva usata per profumare il corpo ma anche i tessuti, bevuta come tonico aromatico, inserita in pomate e creme per il viso e per le mani.

Era, insieme all’iris, il profumo della massima eleganza: raffinato, femminile, non invadente. 

Lavanda: Molto comune nella profumeria del 1800, veniva utilizzata anche essiccata in sacchetti profumati, cucita nei fazzoletti, in pot pourri e in mazzi per profumare gli ambienti. 

Nel 1800 era acquistata soprattutto dalla Provenza ma anche da produttori locali, soprattutto monasteri. 

Le realtà monastiche avevano orti in cui coltivavano diverse piante aromatiche come il rosmarino, il timo, la salvia, le stesse rose, la lavanda. Attraverso la distillazione producevano oli essenziali ed acque soprattutto per scopi terapeutici. Queste realtà erano molto presenti e lo sono tuttora in Casentino, la terra dove è nata Giulia. I monaci di Camaldoli e le monache camaldolesi di Pratovecchio Stia per l’appunto producevano e producono anche oggi oli essenziali. Nel monastero delle monache camaldolesi di Pratovecchio è conservato un alambicco del 1200.

La Lavanda presente nel Profumo di Giulia proviene proprio dal Casentino, da un produttore locale ed è il mio omaggio olfattivo alla sua terra di origine. Oggi infatti la lavanda è abbondantemente coltivata in Casentino. Particolarmente suggestiva è la fioritura davanti alla Pieve di Romena, a Pratovecchio accanto a Stia, il paese di Giulia. Vi è poi una coltivazione di lavanda visitabile a Poppi.

Fiori d’arancio 

Neroli: Il neroli, l’olio essenziale del fiore d’arancio: la “zagara”. 

La grande produzione italiana di neroli nel 1800 era concentrata in Liguria, soprattutto a Sanremo ed in Sicilia. Da lì il Neroli era esportato anche in Toscana dove veniva venduto in speziere e drogherie oppure nei mercati nei banchi di droghe e spezie. Anche a Grasse vi era una cospicua produzione di Neroli. 

Per il profumo di Giulia ho un neroli proveniente dalla Sicilia. 

Il nome “Neroli” deriva dalla principessa di Nerola, Marie Anne degli Orsini, che nel XVII secolo rese popolare l’essenza profumando i guanti e l’acqua del bagno.

Immagini realizzate da Domenica Grillo, freelance Photographer.

L’olfatto è custode della nostra memoria più profonda: un filo sottile tra identità, emozioni e ricordi che vivono nel corpo e nell’aria, prima ancora di prendere forma nelle parole.

La memoria olfattiva permea la nostra vita più di quanto razionalmente possiamo comprendere. 

L’olfatto è custode della nostra memoria più profonda: un filo sottile tra identità, emozioni e ricordi che vivono nel corpo e nell’aria, prima ancora di prendere forma nelle parole.

Quando si riesce a catturare su carta un ricordo olfattivo e a descriverlo, la letteratura diventa custode di ciò che il naso ricorda prima ancora della mente.

Di seguito un meraviglioso pezzo della talentuosa scrittrice Mari Catricalà che racconta come la scomparsa dell’olfatto anticipi la dissoluzione di emozioni ed identità, svelando la fragilità e la potenza di ciò che percepiamo prima delle parole.

Quando l’olfatto svanisce, non muore solo un senso. Svaniscono i ricordi che gli odori custodivano ed inevitabilmente svanisce parte di sé.

L’anosmia nell’Alzheimer è un piccolo silenzio che attraversa la memoria e l’anima, lasciando vuoti dove prima c’erano stanze di vita vissuta.

una storia” di Mari Catricalà apre porte di riflessione sulla memoria olfattiva in letteratura e sul profondo legame che intercorre tra anosmia e alzheimer, tra olfatto ed identità.

Una Storia

per mia madre

in orbita
da piccola giocavo a fare la strega senza sapere di esserlo veramente.

così, quando quasi vent’anni più tardi ho conosciuto la madre di un altro che, con ghigno complice e beffardo, mi confessava di essere strega e figlia di strega, ho pensato con stupore felice e in un inevitabile imperfetto verbale: sapevo di non essere sola. in quel momento, ero convinta si fosse appena formato una specie di legame ultraterreno con questa madre altrui – e, per proprietà transitiva, con la madre della madre che stava seduta al lato opposto del tavolo. due streghe sornione e malandrine che mi guardavano e dicevano che eravamo la stessa cosa. lo credevo intensamente perché, un po’, volevo che fosse vero. volevo un legame lontano da ogni cosa conosciuta, che col sangue non c’entrasse nulla e che distasse dalla terra anni luce (terra come sinonimo di conoscenza). una connessione a tutti gli effetti matrilineare ma in cui la maternità c’entrava più con le assonanze di spirito e i loro echi che con la genetica. io mi riconoscevo strega perché chi mi faceva l’occhiolino confessandomi di esserlo a sua volta mi sembrava una persona a me molto affine. qualcuno che sapeva volermi bene senza filtri e senza inganni – pensavo –, con una spontaneità e totalità da far invidia all’infanzia.

mia madre mi aveva messa in guardia, mi aveva detto: «それ、何かおかしいよ。いい加減にお家に帰りなさい / sore, nani-ka okashii-yo. iikagen-ni ouichi-ni kaerinasai / guarda che ‘sta roba è strana. piantala e torna a casa» ma io non ne avevo voluto sapere. allora ero spezzata e non vedevo accettazione al di fuori di quella. avevo scelto di ferire mia madre e lo facevo con la vendetta in corpo. la nostra incomunicabilità si era spinta a tanto.

dopo qualche anno, però, quella connessione stregonesca è contro ogni mio pronostico precipitata sulla terra, facendo un gran fracasso. nonostante ciò, credo ancora che la sua verità regga. loro erano streghe e io pure.

mia madre, inizialmente, no. o così mi era parso di capire. sta di fatto che ai miei occhi lo è diventata solo col tempo e si è manifestata nella sua magia prima a sprazzi poi con sgomenta pervasività.

esistono tante magie quante sono le realtà che sostituiscono, o che creano. a volte, la magia si insinua negli spazi lasciati vuoti, nelle sospensioni. e le sospensioni, nella vita di mia madre, hanno iniziato a prendere sempre più posto e, pian piano, a sostituirla. così mia madre è diventata una strega – ma di una magia molto diversa dalla mia.

lingua di madre
la storia della mia famiglia è transcontinentale e ogni volta che penso ai confini mi vengono in mente le linee nere e sottili che tracciavo alle elementari, prima col dito sulla cartina, poi con il pennarello sulla carta da lucido, quando da distratta studentessa di geografia ero costretta a ricreare le mappe ricalcandole, nella vana speranza che rimanessero impresse non solo fuori ma anche dentro di me. non ricordo se avessimo mai disegnato il giappone, ma ogni volta che penso ai confini che ho attraversato per raggiungere pezzi diversi della mia famiglia in continenti lontani, mi galleggiano negli occhi quelle linee nere e sottili.

mia madre è nata in una città in realtà grande, ma che a me viene sempre da pensare piccola, a due ore di shinkansen da tokyo. è lì che da bambina passavo le estati con i nonni, un’epoca fantastica in cui non riuscivo mai a quantificare le escursioni spaziotemporali con l’italia. erano mesi di mescolanza e confusione, perché quel posto che in teoria avrei dovuto chiamare seconda casa era in realtà il luogo della riscoperta, dove le strade, i nomi, le cose e persino le persone avevano il retrogusto di qualcosa di quasi noto ma mai del tutto. ci si aspettava da me che padroneggiassi la lingua, cosa che mi stupivo di fare per davvero, ma con delle crepe che era difficile giustificare. i piccoli vuoti nel mio giapponese sempre un po’ ammaccato erano il segnale identificativo di chi nella lingua ci è nata e vissuta solo in senso biologico e non in quello sociale. la mia era un’appartenenza posticcia che al rientro in italia mi mandava in tilt il cervello, impossibilitato – almeno nei primi giorni – a distinguere le due lingue in cui ero cresciuta, con l’infelice risultato di far zampillare la comunicazione in qualsiasi direzione che non fosse quella efficace.

in queste aritmie linguistiche mia madre sapeva come salvarmi, abituata com’era ad abitare le transizioni tra quelle stesse lingue. per questo, per me, lingua madre vuol dire lingua di mia madre, che è stata generosa abbastanza da condividere con me il suo giapponese mentre tutt’attorno mi cresceva un parlare diverso. non lo sapevo allora ma l’ho intuito più tardi, che l’abilità di trovare casa negli intermezzi è stato il potere magico più grande che mia madre mi abbia trasmesso.

anche adesso, nelle sospensioni che la occupano, continua a traghettarsi tra una lingua e l’altra e mi ricorda che il nostro rapporto è frutto non dell’amore ma della malleabilità linguistica: è in questo idioma cangiante inesatto fantasioso che ho imparato a definirla e a definirmi. le lingue e i loro residui sono intersezionali tanto quanto le identità che formano, e chi le parla esprime il margine che risulta dai loro intrecci.

in orbita, di nuovo
se le magie sono tante, altrettanti sono i modi di essere strega, e per me molto ha a che fare con l’intermezzo tra ciò che percepisco e la parola trovata per esprimerlo. la mia magia sta nelle parole e il mio campo di gioco è lo scarto tra la sensazione e il nome che le do. ho spesso lasciato che mia madre entrasse in questo campo di gioco e cercasse e trovasse con me le parole, per creare realtà che avrebbero stupito noi stesse, anzitutto, e a volte anche gli altri. nel nostro rapporto travagliato, la congiunzione era un fenomeno raro, ma ogni volta che mi sentivo assediata da cose e persone fuori di me, scavavo il nostro legame come atto di difesa, raggomitolandomi nelle lingue che condividevo con lei.

eravamo persone diverse come tutte le altre in un mondo che però insisteva a pensarsi omogeneo. io non credo che le storie salvino, al massimo danno l’impressione di farlo – ma è in questa apparenza che respiriamo, e raccontarci con altre parole è stato il piccolo atto di resistenza che abbiamo imparato a praticare.

quando però le bizzarrie della malattia di mia madre hanno preso a offuscare le sfaccettature del nostro rapporto, quella resistenza dinoccolata che avevamo costruito, scoordinate ma insieme, ha cambiato di segno e mi si è rinchiusa addosso. mi ero più volte chiesta, anni prima, se una relazione scheggiata come la nostra dove i ponti tra le lingue diventavano più una scusa per non capirsi che uno strumento di riparazione potesse dirsi davvero tale. ma ora che sentivo il sostegno di mia madre disperdersi insieme alla sua persona, mi rendevo conto che sì, un rapporto effettivamente era esistito in una qualche forma disfunzionale, perché adesso lo vedevo sgretolarsi.

con la rabbia da catastrofe imprevista, ho scelto l’esclusione di mia madre dal mio campo di gioco. ora resistevo dentro me stessa, da sola, identificando mia madre con la sua malattia e lanciandola lontana da me. le lingue, che per quanto infrante e scompigliate avevano faticosamente creato un legame tra noi, non funzionavano più. la magia, quella specifica magia, era interrotta. mia madre mi cercava e io mi nascondevo, negando le parole dove vedevo che faticava a trovarne. ero tornata in orbita per la seconda volta, anni luce da ciò che conoscevo, ma adesso tranciando anche l’ultimo dei brandelli che mi tenevano connessa alla terra, sinonimo di conoscenza.

mi ero trasformata in una pessima figlia, con triste e arrabbiata consapevolezza, e avevo iniziato a interrogarmi sconcertata su cosa significasse invece essere una buona figlia, senza trovare risposta. sono solo riuscita a pensare che mettiamo sempre tutto il peso sociale sulle madri ma raramente ci aspettiamo qualcosa dai figli – o persino dalle figlie. per questo l’ho sempre fatta franca qualsiasi cosa combinassi contro me stessa o contro di lei. è così facile accusare una madre di tutti i mali che i figli e le figlie hanno fatto, fanno e faranno. ma quando viene il momento per questi di esserci, di stare nel dolore con e per la madre e non ci riescono, la mancano, allora cosa si dice loro? e cosa si dice di loro?

a.
hanno spiegato a mio padre che sua moglie aveva una malattia della memoria già da tanti anni, ma che si stava manifestando con sintomi evidenti soltanto ora. io avevo notato già da tempo che l’aura di mia madre aveva cambiato colore e consistenza. era diventata grigio pallido e sottile. e ho detto al medico che mia madre aveva iniziato con i primi sintomi di anosmia molto giovane, ben prima di concepirmi anche solo nei suoi sogni, ben prima dell’italia. l’ultimo baluardo di senso olfattivo era stato il basilico di casa nostra, una manciata di anni prima, poi più nulla. poco dopo, un’insicurezza mai vista prima nella sua persona aveva fatto capolino inaspettatamente, per restare senza logica alcuna. poi paura, ansia, rabbia, un po’ di paranoia. la sua creduta imperitura capacità di individuarsi in qualsiasi spazio e tempo si era improvvisamente dissolta. mia madre è stata attraversata da svariati microsismi di personalità che percepivo più nel suo modo di parlarmi e di vivermi che nell’amnesia del giorno del mio compleanno. ho sussurrato al medico che più che una malattia della memoria io vedevo una malattia della personalità e delle emozioni.

ho smesso di riconoscere mia madre mentre lei smetteva di riconoscere se stessa, ed è iniziato lo strano lutto che mi ha portata a piangere una persona in vita come se fosse morta. intanto, la magia di mia madre è esplosa in tutti gli interstizi che la malattia apriva nella sua realtà, una supernova. era una magia sconclusionata e incredibilmente creativa, un’inondazione di frasi sconnesse e tante, tantissime immagini. vedeva fili colorati e sentiva gatti dove non c’erano; incredibilmente riusciva ancora a tenere scisse le due lingue della sua vita ma il nostro gioco di transizioni si era inceppato. avevo perso una madre e ne avevo trovata un’altra. il ritrovamento, però, non aveva il sapore di un successo, piuttosto di una domanda stranita posta con esitazione.

scoprire una madre nuova mi aveva buttata nel pieno di una corrente interstellare dove tutte le componenti cosmiche erano allucinazioni brillanti e parole luminose. ora, quando mi riavvicino a lei, l’accostamento genera un vortice di luce in cui mi abbaglio e la abbaglio, e solo da poco ho capito che questo ha il potere di riportare tutto a zero: la mia rabbia, la sua assenza, le nostre intermittenze. e il nulla cosmico germoglia sempre, in un modo o nell’altro.

quando ero più grande, ero un marinaio in mare aperto

avevamo fatto delle lingue stravaganti il nostro segno magico per eccellenza. nel rimescolio di tutte le cose, ho capito che c’era una forza singolare non solo negli incastri linguistici ma anche nel tempo verbale in cui sceglievo di parlare. per questo, con mia madre ho iniziato a praticare l’imperfetto con la stessa metodicità con cui si scaccia il malocchio.

ci eravamo insegnate a vicenda, quando la malattia era agli albori e mia madre non mi sembrava affatto magica, che l’imperfetto è uno dei tempi del passato ma, per una coincidenza strabiliante, è anche il tempo del “facciamo che ero una fata” e del “c’era una volta”. il tempo, cioè, dell’immaginazione e della possibilità. lei aveva commentato che quella delle due anime dell’imperfetto era un binomio contraddittorio. il passato è come la storia, diceva, è composto di fatti, non di fantasie. ne era nata una discussione profetica in cui le avevo confessato che, in realtà, il passato che riportiamo nel presente, ciò che chiamiamo memoria, non è la copia esatta di un evento vissuto; è piuttosto una ricostruzione approssimativa, un bricolage maldestro che il nostro cervello fa con le ombre e le emozioni delle nostre esperienze che non coincidono mai del tutto con ciò che è effettivamente accaduto. ricordare è, praticamente, creare.

mia madre si era fermata un attimo a riflettere, per poi ribattere, un po’ risentita, che allora il linguaggio ci inganna, se uno stesso tempo verbale significa sia un fatto che una possibilità. o magari ci dice che possiamo scegliere che significato dargli, le avevo risposto. è come se il linguaggio, a volte, in certe sue sfumature, lasciasse intravedere di noi molto più di quanto vogliamo ammettere, anche a noi stesse.

when i was older i was a sailor on an open sea.

è il primo verso della canzone “when i was older” di billie eilish. quando ero più grande ero un marinaio in mare aperto. l’ho ascoltata tante volte in solitaria perché mi aiuta a calarmi nel gioco dei racconti che ora faccio spesso con mia madre. l’imperfetto di quel verso proietta una fantasia, o magari un desiderio, nel futuro. cioè usa il passato per dire qualcosa sul futuro attraverso l’immaginazione, il sogno.

quando osservo mia madre affastellare parole adesso, penso che la sua capacità di creare sia rimasta intatta, come pure, in un certo senso, quella di ricordare. ha semplicemente cambiato modo di farlo, e questo nuovo modo richiede ascolto sopraffino: la mia magia e la sua sono disallineate più che mai, ma è in questa distanza che misuro le nostre intersezioni.

la realtà di mia madre fiorisce sotto il segno dell’imperfetto, che vuol dire nell’impossibilità di distinguere passato presente futuro. non credo esista una forma di libertà più spaventosa di questa, e mi rassicura sapere che prima o poi avrà con sé l’inconsapevolezza completa, unico amuleto che valga la pena portarsi dietro.

un ricordo
le scale della casa di mia nonna in giappone sono molto strette e in legno. quando ero piccola, io e mia madre dormivamo al piano di sopra e la sera capitava che dovessi scendere per andare in bagno. mi ricordo che avevo paura perché il fondo della scala era molto buio, i gradini scricchiolavano e non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea (la convinzione, a dirla tutta) che ci fosse uno spirito maligno pronto a trascinarmi giù. correvo sulle scale velocissima, non tanto per sfuggire allo spiritaccio quanto per raggiungere la luce che avrebbe dissolto quella convinzione in un bizzarro quasi comico ricordo.

da allora sono passati circa vent’anni, non temo più lo spirito maligno perché me lo son fatta amica, ma questa volta che son tornata ho visto i ricordi di mia madre che correva giù per le scale per sentire cosa nonna avesse da dirle; e i passi diversi di lei e di nonna sulle stesse scale.

è stato difficile tornare perché mi sembra di aver perso un altro pezzo di qualcosa che credevo fosse indissolubilmente mio. allontanarsi sempre di più da una lingua che dovrebbe essere madre significa allontanarsi dai suoi riferimenti sociali e culturali che dovrebbero essere stati acquisiti per osmosi una volta per tutte (ma anche questi cambiano in continuazione e se tu non ci sei dentro poi arrivi a cose fatte e hai perso). significa anche straniarsi dalla propria madre, mentre lei stessa si strania dal mondo, in un vortice centrifugo di cose che avrebbero potuto essere ma che non saranno mai.

parlare con nonna di mia madre e di sua figlia è stato faticoso. sappiamo entrambe che la perdita è il passato recente e il futuro per sempre. è una perdita di storie e di parole. quindi di identità e di spazi abitabili senza che ci si trovi spaesate a ogni svolta d’angolo. essere straniere a noi stesse vuol dire diventare straniere per gli altri.

nonna mi ha ricordato quanto mia madre dormisse quasi tutto il tempo, le ultime volte che è stata a trovarla. me l’ha detto con un piccolo sorriso. forse sospetta anche lei che almeno in sogno, dove i tempi non hanno peso, mamma sia libera, ma per davvero.

Settembre è il mese mondiale della sensibilizzazione all’Alzheimer. La storia di questa denominazione nasce nel 1901, quando il medico Alois Alzheimer incontrò la sua “paziente zero” e ne iniziò a studiare le peculiarità prima cliniche, poi anatomiche, che la distinguevano da pazienti con altri tipi di demenza. Secondo il report del 2017 dell’Alzheimer’s Disease International (ADI), entro il 2050 le persone affette da questa malattia raggiungeranno circa i 152 milioni. L’Alzheimer non è una malattia che affligge esclusivamente persone anziane e nella sua variante precoce colpisce anche la popolazione under 60.

Sebbene datato al 2016, a chi fosse interessat* ad approfondire il tema, consiglio moltissimo il libro In Pursuit of Memory del ricercatore britannico Joseph Jebelli: una storia dell’Alzheimer narrativizzata e divulgata splendidamente, con incursioni nelle varie piste di ricerca che si sono seguite negli anni, in tutto il mondo. Il supporto alle scoperte dato dai racconti dei pazienti e dei loro caregiver è (stato) sorprendentemente decisivo.

Grazie alla scrittrice Mari Catricalà per questo prezioso dono.

Memoria olfattiva e profumo su misura presso l'Atelier del profumo di Alice Rita Giugni

La memoria che irrompe

Prima di ricordare attraverso le parole, ricordiamo attraverso il corpo e prima ancora di vedere, tocchiamo il mondo con il respiro.
Un profumo pervade l’aria e, senza chiedere il permesso, spalanca una porta su un’estate lontana, la cucina dei nonni, un vecchio amore, una stanza che credevamo perduta. Non è nostalgia, è presenza. Il passato non torna come un’immagine, ma come stato dell’essere.
La memoria olfattiva non racconta: irrompe. Non si lascia addomesticare dal linguaggio, perché appartiene a un tempo che precede la parola. E’ il luogo in cui il corpo conserva ciò che la mente ha dimenticato o ha dovuto dimenticare.
In un profumo possono vivere la prima casa che abbiamo abitato e il primo amore vissuto, la sicurezza, la protezione e il trauma, gli affetti, i legami familiari e l’assenza, l’abbandono, il dolore. Vivono le relazioni che ci hanno costruiti e quelle che ci hanno spezzati, per questo un profumo può consolare o ferire, calmare o destabilizzare, ammaliarci o repellerci.
Parlare di memoria olfattiva significa avvicinarsi a una soglia fragile e potentissima: quella in cui corpo e psiche, presente e passato cessano di essere separati ma danzano insieme su una liminale pista di emozioni, un luogo sacro e vulnerabile dove il corpo ricorda e sente prima della mente.
La memoria olfattiva bypassa la coscienza ed attraversa il corpo come una corrente sotterranea, riportando in superficie ciò che credevamo perduto o pensavamo dimenticato. Per questo un profumo non è mai solo un profumo: è un incontro con la parte più profonda di noi, un tuffo nei propri abissi emotivi.

Fisiologia della memoria olfattiva

L’olfatto è l’unico senso che accede direttamente alle strutture cerebrali deputate all’emozione e alla memoria, senza passare, prima, per i filtri della razionalità.
Quando una molecola odorosa raggiunge l’epitelio olfattivo, il segnale nervoso attiva il bulbo olfattivo e da lì si irradia direttamente verso l’amigdala e l’ippocampo, le aree centrali del sistema limbico, sedi delle emozioni e dei ricordi. Le forme di memoria più antiche, più profonde e durature dell’essere umano si formano proprio in questo circuito. Quando percepiamo un odore, il segnale che arriva al cervello attiva quasi simultaneamente le aree della memoria autobiografica, i centri della risposta emotiva ed i sistemi che regolano lo stato di attivazione del corpo. Proprio per questo motivo gli odori non evocano solo immagini, ma sensazioni corporee ed emotive complete, capaci di far rivivere fisicamente le emozioni associate al ricordo di tale odore.
Per tutti gli altri sensi, a differenza dell’olfatto, le informazioni sensoriali arrivano prima al talamo, la struttura sottocorticale che elabora le informazioni e le trasmette alle aree corticali appropriate che elaboreranno e decodificheranno tutti i messaggi.

Vista

La luce viene trasformata in segnale nervoso dalla retina e inviata al talamo, che la inoltra alla corteccia visiva dove l’informazione viene interpretata, riconosciuta ed integrata con il contesto. La vista è altamente strutturata e fortemente modulata dall’attenzione: vediamo dopo che il cervello ha organizzato l’informazione.

Udito

I suoni vengono trasformati in segnali elettrici nell’orecchio interno e inviati al talamo, che li smista verso la corteccia uditiva. Il suono viene così riconosciuto come voce, musica, rumore. L’udito è rapido ma comunque filtrato ed organizzato: ascoltiamo dopo una prima elaborazione.

Tatto

Le informazioni provenienti dalla pelle passano dal talamo prima di raggiungere la corteccia somatosensoriale dove diventano sensazioni consapevoli: caldo, freddo, pressione. Sentiamo lo stimolo tattile dopo una valutazione iniziale.

Gusto

Anche per il gusto, per quanto simile e vicino all’olfatto, lo stimolo gustativo passa però prima dal talamo che lo invia alla corteccia gustativa. il segnale viene riconosciuto come sapore ed integrato con segnali viscerali ed emotivi: gustiamo dopo che il cervello ha deciso come interpretare lo stimolo.

L’olfatto è l’eccezione neuroanatomica: l’elaborazione emotiva precede quella cognitiva. Le informazioni olfattive arrivano prima alle aree emotive del sistema limbico e solo successivamente al talamo e quindi alla corteccia orbitofrontale dove avviene l’interpretazione cognitiva e la consapevolezza dell’odore. A differenza di tutti gli altri stimoli sensoriali che vengono prima elaborati e poi percepiti, un odore viene prima sentito e solo successivamente elaborato.
Perché questa differenza è così importante? Perché il passaggio dal talamo significa mediazione, organizzazione e possibilità di controllo di uno stimolo. Bypassare il talamo implica invece che lo stimolo è immediato, estremamente emotivo, non filtrato, meno soggetto al controllo volontario e dunque molto più difficile da ignorare e controllare sopratutto nell’immediato. Ecco perché un odore è emotivamente così impattante, dirompente e può trasportarci attraverso un ricordo in un altro tempo o in un altro luogo. L’accesso diretto alle aree emotive del cervello, senza il filtraggio del talamo, rende l’esperienza olfattiva immediata, potente e profondamente legata alla memoria. Quando un odore viene percepito, il cervello non lo analizza: lo riconosce.
L’olfatto è il senso più subliminale, meno soggetto al controllo volontario e più legato alla memoria autobiografica.

La lunga vita delle memorie invisibili

La memoria olfattiva è altamente stabile nel tempo e duratura. Un ricordo olfattivo è estremante persistente, non svanisce quasi mai completamente ma rimane sopito nel cervello e può essere riattivato istantaneamente quando si sente nuovamente quell’odore. I ricordi visivi e uditivi sbiadiscono molto più rapidante rispetto ai ricordi olfattivi:

la memoria visiva tende a perdere circa la metà della sua intensità dopo soli tre mesi, la memoria olfattiva preserva l’80% della sua potenza evocativa anche dopo un anno.


Se l’ippocampo ritiene che un odore sia importante, lo conserva nel lungo periodo, a volte per tutta la vita, specialmente se associato a forti emozioni o a ricordi d’infanzia.
La maggiore persistenza dei ricordi olfattivi rispetto ai ricordi legati agli altri sensi dipende da una combinazione di fattori neurobiologici, emotivi e cognitivi.
In primo luogo l’accesso diretto dell’informazione olfattiva ai circuiti emotivi fa si che le esperienze olfattive abbiano un carica affettiva elevata e quindi una maggiore probabilità di essere consolidate a lungo termine. Come precedentemente osservato, l’informazione olfattiva raggiunge direttamente l’amigdala e l’ippocampo che modulano l’intensità emotiva dell’esperienza e consolidano la memoria episodica. Quando uno stimolo è emotivamente significativo, l’amigdala potenzia i processi di consolidamento ippocampale attraverso meccanismi neurochimici. Più forte è l’emozione, più stabile sarà la traccia mnestica.
Un altro fattore che contribuisce a rendere la memoria olfattiva duratura nel tempo è che molti ricordi olfattivi si formano in età precoce quando il sistema limbico è già funzionante ma il linguaggio non è ancora sviluppato. Queste memorie precoci diventano parte della memoria implicita o anche definita incarnata. Non vengono continuamente rielaborate attraverso il racconto verbale ma restano intatte. Un ricordo visivo, ad esempio invece, viene spesso ripensato, raccontato e nel racconto inevitabilmente alterato e modificato, ogni rievocazione lo trasforma leggermente. Un odore, al contrario, può restare silente per anni e riattivarsi improvvisamente. Le memorie visive e uditive sono fortemente categorizzate e verbalizzate, integrate in reti semantiche molto articolate. Le memorie olfattive, invece, essendo meno legate al linguaggio, subiscono meno ristrutturazioni cognitive e vengono archiviate in modo meno concettuale e più sensoriale rendendole dunque meno soggette a distorsione narrativa.
Infine il sistema olfattivo utilizza una codifica combinatoria molto fine: ogni odore attiva un pattern specifico di recettori e di glomeruli nel bulbo olfattivo. Questa precisione di codifica contribuisce alla capacità di riconoscere un odore anche a distanza di decenni.
Quando un ricordo olfattivo riemerge, non appare come un ricordo sbiadito, ma come un’esperienza quasi presente. La memoria olfattiva dura nel tempo perché nasce dall’incontro tra emozione e percezione. Un odore raggiunge direttamente le strutture limbiche, viene inciso in presenza di un’intensa attivazione affettiva e resta relativamente al riparo dalle rielaborazioni verbali che trasformano altri ricordi. Quando ritorna, non si presenta come un racconto del passato, ma come una presenza che riaccade.
La memoria olfattiva non si organizza come un racconto, bensì come un’esperienza incarnata. Un odore non richiama una storia, ma riattiva uno stato del Sé facendo crollare il tempo. Non evoca semplicemente un ricordo: riattiva uno stato emotivo, un assetto corporeo, una relazione.

La memoria olfattiva accompagna la nostra vita

Fin dalla nascita, l’olfatto guida il riconoscimento, l’attaccamento e la sicurezza. Il nostro primo linguaggio è olfattivo: prima dello sguardo, prima della voce, prima del nome ci sono gli odori.
Il neonato riconosce la madre dal suo profumo ed è proprio il suo profumo che riesce a calmarlo, costruendo il senso di sicurezza attraverso l’olfatto. Il profumo materno è la prima casa.
Con il tempo sviluppiamo le nostre preferenze olfattive in base ai nostri ricordi: ameremo il profumo di un bagnoschiuma o del borotalco se ci riporta a un bagno d’infanzia vissuto come un momento di coccole e spensieratezza. Ma se quel bagno era percepito come una costrizione o con timore, odieremo l’odore di quel bagnoschiuma, anche se non ricordiamo consciamente il perché. Così l’odore dei quaderni nuovi o delle matite potrebbe rievocare l’eccitazione dei primi giorni di scuola, ma anche l’ansia o la paura che si è vissuto in quel momento.
Nel corso della vita, l’olfatto e la memoria olfattiva, orientano le nostre relazioni, il desiderio, il senso di appartenenza e il legame con i luoghi. La nostra casa è il profumo dell’appartenenza, non è un semplice luogo ma una miscela: l’odore del legno, del cibo, dei panni puliti appena stesi, del sapone, della carta dei libri nella libreria, della vernice, del gelsomino sul terrazzo. Il profumo della propria casa che accoglie quando si torna da un viaggio non è solo riconoscimento, è ritorno a sé. L’identità non è solo narrativa ma anche sensoriale: il profumo del proprio paese di origine, proprio come quello della propria casa, riattiva un senso di appartenenza profondo. Il profumo del mare, della montagna, della campagna fa sentire qualcuno a casa, anche dopo anni e anni che non vi si torna. L’odore di una città suscita subito attrazione o rifiuto, ancora prima di averla esplorata a fondo.
L’olfatto guida l’attrazione tra gli individui, segnala la possibilità di una compatibilità profonda e crea intimità. Con il tempo l’odore della pelle dell’altro diventa familiare e rassicurante poiché ci ricorda le sensazioni legate ai bei momenti vissuti insieme. Quando l’odore dell’altro cambia a causa di una malattia, uno stato depressivo, la fine dell’amore, il corpo lo sente prima che lo sappia la coscienza.
Anche nel trauma e nel lutto, l’odore resta una traccia viva, capace di riportare il passato nel presente con un’intensità senza mediazioni. Nel lutto, l’olfatto è uno dei canali più dolorosi e preziosi: un armadio, una stanza, un abito e chi è venuto a mancare è di nuovo lì con noi. Un profumo non è in grado di spiegare, non consola, ma riporta presenza e per questo il lutto olfattivo ci mostra quanto l’amore sia incarnato, quotidiano e reale.
Il profumo è un ponte, un tramite: finché un odore vive il legame non è spezzato, ma solo trasformato.
L’olfatto è il senso che ci ricorda che siamo stati bambini, siamo stati amati e abbiamo amato, siamo stati feriti e abbandonati, abbiamo viaggiato, conosciuto la natura e siamo stati a casa.
La memoria olfattiva agisce in silenzio nella vita quotidiana, ma orienta il nostro modo di abitare i luoghi, le relazioni e noi stessi: è il modo in cui il corpo continua a ricordare anche quando la mente crede di aver voltato pagina. La memoria olfattiva è il punto di contatto tra corpo e psiche e ci mostra come le emozioni non siano mai davvero separate dal corpo. Attraverso la memoria olfattiva l’essere umano conserva, spesso senza saperlo, ciò che lo ha costruito. Ogni odore è una traccia che collega ciò che siamo stati a ciò che siamo, rendendo il passato sorprendentemente presente.

Il profumo come ancora mnestica intenzionale

Un’ancora mnestica è uno stimolo sensoriale associato in modo deliberato a uno stato emotivo o a un momento significativo, con l’obiettivo di poterlo riattivare in futuro.
Il profumo è un’ancora mnestica ideale poiché attivando direttamente amigdala e ippocampo agisce su emozioni e ricordi ed è in grado di generare stati corporei immediati.
Possiamo associare consapevolmente un profumo ad un evento che vogliamo ricordare, ad esempio realizzare il profumo per un matrimonio, un anniversario, un compleanno, un battesimo, una festa di laurea ed ogni volta che quel profumo verrà risentito ricorderà vividamente quel momento.
Si può anche associare un profumo ad uno stato d’animo, ad un momento di forza, di coraggio, a un rituale di passaggio, ad un legame significativo, ad un periodo di trasformazione. In questo modo creeremo una traccia neurale integrata sensoriale, emotiva e contestuale che riattiverà lo stato emotivo scelto ogni volta che riutilizzeremo quel profumo nel tempo.
Il potere di un profumo non si limita a solo a far rivivere ricordi ma può imprintarne di nuovi, modificando così le nostre emozioni e il nostro stato d’animo.
Un profumo può descrivere chi siamo, ma anche sostenere chi vogliamo diventare e divenire uno strumento di regolazione emotiva, un rituale di cura e un dispositivo simbolico.

Memoria olfattiva e profumo su misura

Un profumo su misura è un lavoro diretto sulla memoria olfattiva sia autobiografica sia strumento mnestico.
Il profumo su misura può divenire il ritratto olfattivo dei ricordi della persona oppure uno strumento per veicolare una nuova immagine di sé.
L’esperienza di degustazione olfattiva, mediante la quale viene realizzato il profumo su misura, è sempre un profondo viaggio emozionale che può anche riportare alla mente ricordi sopiti.
Realizzare un profumo su misura significa riattivare o attivare tracce mnestiche profonde ed evocare stati emotivi e corporei. Creare un profumo su misura significa lavorare su un livello preverbale, dove memoria, emozione e identità sono strettamente intrecciate. Poiché la memoria olfattiva appartiene al dominio preverbale, il lavoro di chi crea un profumo può essere inteso come un gesto di traduzione e la fragranza diviene mediazione simbolica. Creare un profumo significa offrire una forma respirabile a ciò che, in noi, è nato prima delle parole. E’ un atto di traduzione silenziosa: dal sentire al significare e dal corpo al linguaggio.
Ci sono memorie che non hanno voce. Vivono nel corpo, in una piega silenziosa del sentire, dove le parole vi giungono sempre un istante dopo. Lì vi abita il profumo. Quando qualcuno chiede un profumo su misura, spesso non porta una storia già narrata ma una vibrazione, un’ombra, un’idea che non sa descrivere a parole, qualcosa che chiede forma senza sapere però quale. Il profumiere ascolta al di là delle parole, sente, cerca risonanze, si sofferma sulle pause, le esitazioni, i sorrisi accennati, i ricordi che affiorano. Lavora sulla soglia tra il detto e l’ineffabile.
Comporre una fragranza è un atto di traduzione animica: si cattura ciò che è nato prima delle parole: memorie implicite, emozioni ataviche, sogni inespressi e si distilla in un respiro. Il profumiere costruisce un ponte leggero tra ciò che è stato vissuto e ciò che può essere scelto, tra il ricordo che irrompe e la presenza che si può indossare. In quel momento la memoria non è più solo passato, diventa relazione con se stessi e il profumo su misura diviene un gesto di cura. Questo è il grande potere del profumo: rendere abitabile ciò che, dentro di noi, era rimasto inesplicabile a parole.

Il Profumo di coppia è un percorso olfattivo emozionale che porta alla realizzazione di due profumi distinti e diversi ma profondamente legati da un fil rouge di essenze in comune che racconta il legame che unisce due persone.

Il vostro legame suggellato dalle essenze

Il Profumo di coppia è un percorso olfattivo emozionale che porta alla realizzazione di due profumi distinti e diversi ma profondamente legati da un fil rouge di essenze in comune che racconta il legame che unisce due persone.

Per quella amicizia che ti accompagna da tutta la vita, per i tuoi legami familiari più importanti, per il tuo grande amore, per condividere un momento indimenticabile con la tua persona del cuore e portare per sempre il vostro legame sulla pelle: il percorso olfattivo di coppia è l’esperienza ideale da regalare e da regalarsi.

I due profumi realizzati diverranno il vostro legame suggellato con le essenze. Ogni volta che risentirete il profumo ricorderete le emozioni provate durante il percorso olfattivo e la persona con cui lo avete condiviso, in questo modo porterete quella persona sempre con voi, anche quando siete distanti. I profumi, infatti, hanno un grande potere evocativo: riattivano i ricordi e le emozioni ad essi legati in modo potente ed immediato andando ad agire direttamente sull’amigdala, sede delle emozioni e dei ricordi. L’amigdala attribuisce un significato emotivo agli stimoli, fissando i ricordi in modo estremamente vivido e duraturo, è il nostro custode emotivo che garantisce che le esperienze significative lascino una traccia mnemonica forte. Si può dunque comprendere l’enorme potere fissativo del profumo sui ricordi e quanto questi possano divenire un utile strumento per imprintare un momento speciale nella nostra memoria. Le fragranze possono scolpire indelebilmente un’esperienza e le emozioni provate nella nostra mente e sono capaci di farcele rivivere ogni volta che le risentiamo: sono come un archivio sensoriale.

Il potere dei profumi non si limita, però, soltanto alla memoria olfattiva. Ogni essenza ha un suo significato simbolico, una sua storia, miti e leggende ad essa legata. Gli oli essenziali poi hanno delle vere e proprie proprietà e sono capaci di modificare il nostro umore e stato d’animo. Tutte queste caratteristiche rendono le essenze e gli oli essenziali le parole di un linguaggio alternativo con cui raccontare una storia, un linguaggio che arriva diretto alle emozioni. Così, attraverso le essenze e la struttura stessa di un profumo, si può raccontare ciò che lega due persone: è possibile ricreare le radici che si hanno in comune qualora si parli di un legame familiare, si può rievocare un luogo importante per entrambi o una situazione, si può descrivere la profonda affinità emotiva o mentale. Il linguaggio delle essenze è estremante versatile e può essere utilizzato per narrare qualsiasi storia: anche la vostra.

Percorso olfattivo di coppia

I due profumi vengono realizzati attraverso un percorso olfattivo di coppia da condividere insieme, un momento di profonda connessione in cui si traduce il legame tra le due persone in essenze. L’esperienza olfattiva dura all’incirca due ore ed i partecipanti sono accompagnati in una degustazione olfattiva attraverso la quale possono scegliere le essenze che andranno a comporre i profumi e vedere come viene realizzato un profumo artigianale. Al termine dell’esperienza saranno stati creati due profumi artigianali su misura, diversi e distinti, ma legati da un fil rouge di essenze in comune.

Tutti i profumi sono composti artigianalmente da essenze vegane e cruelty free e confezionati in packaging riutilizzabile e riciclabile.

Il percorso olfattivo di coppia si svolge previo appuntamento presso l’Atelier Alice Rita Giugni di Prato, in via 7 marzo 16/A e presso lo studio di Pratovecchio, in provincia di Arezzo, nella splendida cornice del Casentino. L’atelier di Prato si trova in un appartamento privato, in una zona residenziale, che garantisce privacy, riservatezza e tranquillità.

Buoni regalo

Il profumo di coppia è il regalo ideale per un evento speciale: per un anniversario, per San Valentino, per Natale, per la Festa della Mamma o per la Festa del Papà, prima di un lungo viaggio che può dividere a lungo due persone. Al di là di una ricorrenza, il percorso olfattivo di coppia è una bellissima esperienza da regalare o da regalarsi in qualsiasi momento si voglia dimostrare il proprio affetto o amore a qualcuno e ci si voglia esprimere attraverso un profumo. Si può anche scegliere per fare un regalo ad un’altra coppia, per esempio ai propri genitori, come regalo di nozze a due sposi, alle proprie figlie o ai propri figli, ad amiche o amici.

Il buono regalo per il profumo di coppia può essere ritirato in atelier previo appuntamento o inviato tramite e-mail e Whatsapp ed ha validità di un anno.

Sorprendi chi ami: regala un’esperienza e rivivila ogni volta che vuoi grazie al potere della memoria olfattiva.

I Profumi terapeutici di Alice Rita Giugni

L’Aromacologia e i Profumi Funzionali

I profumi e in generale gli odori, per quanto invisibili e impalpabili, agiscono sul nostro sistema nervoso: le molecole odorose stimolano il sistema limbico, cioè la sede delle nostre emozioni e dei nostri ricordi, attivando così la nostra memoria olfattiva e provocando una risposta emozionale che può andare a modificare il nostro umore. Il collegamento che si genera tra lo stimolo olfattivo e il conseguente ricordo e l’emozione ad esso legata è praticamente istantaneo poiché le molecole odorose arrivano direttamente al sistema limbico e solo successivamente alla corteccia cerebrale. Di conseguenza, prima ancora di dare un nome a un determinato profumo e di elaborarlo razionalmente, ne riviviamo i ricordi e le emozioni ad esso legate. Il collegamento quasi istantaneo tra un odore e l’emozione che ne scaturisce provoca un rilascio di neurotrasmettitori. Se il ricordo e dunque le emozioni che ne derivano sono positive i neurotrasmettitori rilasciati potrebbero essere la serotonina e le endorfine, donando dunque una sensazione di benessere, energia e andando a ridurre lo stress. Dalla fisiologia dell’olfatto si può quindi comprendere l’enorme potenziale benefico che il profumo può avere e quanto sia di conseguenza importante indossare o comunque circondarci di fragranze che ci riportino alla mente ricordi piacevoli o che ci facciano sentire bene. I profumi che risvegliano in noi bei ricordi e che ci donano una sensazione di benessere prendono il nome di profumi funzionali, sono costituiti sia da materie naturali sia da molecole sintetiche e i loro effetti sono cognitivi/emozionali: sostengono l’umore, riducono lo stress e migliorano le prestazioni cognitive. I profumi funzionali vengono realizzati attraverso i principi dell’Aromacologia, la scienza che studia l’influenza degli odori sul comportamento umano.
Presso latelier del profumo Alice Rita Giugni tutti i profumi realizzati, sia per la persona che per l’ambiente, sono fragranze funzionali.

L’Aromaterapia e i Profumi Terapeutici

Da un profumo però si può chiedere ancora di più, è possibile ottenere veri e propri effetti curativi, ristabilire o mantenere l’equilibrio fisiologico, oltre a quello psicoemozionale. In questi casi i profumi realizzati vengono definiti profumi terapeutici, seguono i principi dell’Aromaterapia e sono costituiti soltanto da materie naturali, in particolare oli essenziali puri al 100%. Gli oli essenziali contengono principi attivi che stimolano il sistema endocrino e il sistema nervoso ed agiscono a livello fisico, psicologico, emozionale e vibrazionale.
Presso latelier del profumo Alice Rita Giugni c’è la possibilità di farsi realizzare profumi terapeutici personalizzati su misura in base alle proprie esigenze.

I Profumi terapeutici di Alice Rita Giugni

I Profumi terapeutici sono profumi personalizzati realizzati su misura in base alle varie esigenze attraverso l’utilizzo di materie naturali e oli essenziali puri al 100% secondo i principi dell’Aromaterapia, in più vengono potenziati e arricchiti con l’aggiunta dei Fiori di Bach. Inserire Fiori di Bach specifici e scelti in base alle esigenze del cliente amplifica il potere terapeutico già conferito al profumo dagli oli essenziali e ne amplia lo spettro di azione anche a livello energetico e vibrazionale. I Fiori di Bach sono inodore, agiscono quindi senza alterare la profumazione della fragranza realizzata.
I Profumi terapeutici con oli essenziali e Fiori di Bach possono essere utilizzati per:
-Rilassarsi, calmarsi, riequilibrare il sistema nervoso e le proprie emozioni
-Affrontare periodi di stress fisico e/o mentale
-Mal di testa, dolori mestruali
-Ansia
-In caso di insonnia per migliorare la qualità del sonno
-Come disinfettanti, antisettici, antibatterici e scudo protettivo soprattutto per chi frequenta ambienti molto affollati
-Come rivitalizzanti, tonificanti ed energizzanti, per ritrovare forza, motivazione ed energia
-Migliorare la propria concentrazione e lucidità mentale
-Ritrovare il buonumore, gestire gli stati di tristezza, allontanare le preoccupazioni, fermare il rimuginio mentale
-Affrontare le proprie paure e superare i traumi
-Aumentare la propria autostima e fiducia in se stessi
-Gestire la rabbia
-Affrontare i periodi di cambiamento, i lutti, lasciare andare, lasciarsi andare, vivere nel presente
-In viaggio


Il profumo terapeutico personalizzato per ogni esigenza

Ogni profumo terapeutico personalizzato è unico al mondo e viene realizzato appositamente per rispondere alle esigenze del richiedente proprio come i normali profumi personalizzati su misura. Il profumo terapeutico personalizzato su misura viene realizzato attraverso un colloquio in cui si andranno a scegliere gli oli essenziali e i Fiori di Bach da inserire nella fragranza. Il cliente sarà direttamente coinvolto nella scelta degli oli essenziali attraverso una degustazione olfattiva guidata e potrà assistere alla realizzazione di un profumo artigianale. Può essere un regalo da fare o da farsi quando arriva il momento di prendersi cura di sé e si sente il bisogno di donare o donarsi un momento per se stessi e per il proprio benessere, inoltre possono essere un valido aiuto laddove si stia già seguendo un percorso di Floriterapia o di Reiki con Aromaterapia.  
Oltre ai profumi terapeutici su misura l’atelier offre poi la possibilità di acquistare in loco, sia presso la sede di Prato che a Pratovecchio Stia, degli spray terapeutici per ambiente generici per risolvere svariate problematiche che possono essere utilizzati per armonizzare la propria casa, in camera da letto su tende, lenzuola e cuscini per dormire meglio, per disinfettare e igienizzare, in ufficio e nei vari luoghi di lavoro, nei centri benessere, olistici ed estetici.
I profumi terapeutici non sono farmaci e non devono MAI essere utilizzati in sostituzione a terapie mediche.
La realizzazione del profumo terapeutico su misura è disponibile presso l’Atelier del profumo di Prato, in via 7 marzo 16 A e presso lo studio di Pratovecchio Stia in via Circonvallazione 33 B.

La Floriterapia è un approccio terapeutico naturale, alternativo e vibrazionale che utilizza 38 essenze floreali per riequilibrare le emozioni e armonizzare i conflitti interiori. I Fiori di Bach possono essere un valido supporto per affrontare svariate problematiche che in seguito verranno affrontate nello specifico, periodi di stress, di difficoltà o di cambiamento .

Non vi è vera guarigione senza la pace dell’anima e la gioia interiore”, Edward Bach.

Premessa

La Floriterapia è un approccio terapeutico naturale, alternativo e vibrazionale che utilizza 38 essenze floreali per riequilibrare le emozioni e armonizzare i conflitti interiori, promuovendo così uno stato di equilibrio, serenità mentale ed emozionale e può, di conseguenza, portare anche ad un successivo benessere fisico.

I Fiori di Bach possono essere un valido supporto per affrontare svariate problematiche che in seguito verranno affrontate nello specifico, periodi di stress, di difficoltà o di cambiamento e sono ideali per tutti coloro che decidono di intraprendere un percorso di conoscenza e crescita interiore, migliorare la propria gestione delle emozioni e ritrovare o mantenere uno stato di benessere ed equilibrio psico-fisico. La Floriterapia può aiutare a prendersi cura di se stessi, a migliorare la propria salute ed il proprio rapporto con se stessi, con gli altri e con il mondo esterno.

I Fiori di Bach possono essere un valido aiuto laddove si stia affrontando un percorso di psicoterapia, ma non devono essere intesi come una sostituzione al percorso psicoterapeutico che si sta intraprendendo, bensì come un ulteriore aiuto.

Fondamentale è inoltre sottolineare che, come qualsiasi altro rimedio floreale (Australian Bush Flower Essences, Fiori Californiani, ecc.), non sono farmaci e per tale motivo non devono MAI essere utilizzati in sostituzione ad una cura farmacologica che si sta intraprendendo o di qualsiasi percorso medico in atto. Si possono dunque affiancare ad un percorso terapeutico ed essere intesi ed utilizzati come un ausilio, ma non come sostituti.

I Fiori di Bach non hanno effetti collaterali, essendo privi di principi attivi chimici farmacologici, pertanto possono essere utilizzati contemporaneamente a qualsiasi farmaco o terapia come un supporto e un ulteriore aiuto.

Le essenze floreali possono essere assunte anche dai bambini, dalle donne in gravidanza e durante l’allattamento e si possono somministrare anche agli animali, sempre sotto la guida di un esperto, nelle giuste dosi e metodologie di somministrazione e mai “fai da te”.

I Fiori di Bach e i loro utilizzi

I Fiori di Bach sono 38 preparati naturali vibrazionali scoperti dal medico gallese Edward Bach tra il 1928 e il 1935. Ogni “fiore” (non tutti i preparati sono costituiti da un fiore, ma solo alcuni, però vengono comunque così definiti tutti) possiede determinate caratteristiche, evoca e riequilibra emozioni e stati d’animo precisi, trasferisce determinate informazioni e potenzia i talenti individuali corrispondenti.

Le essenze floreali sono utilizzate per affrontare disturbi come ansia, stress, insicurezza, apatia, stanchezza psico-fisica, insonnia e disturbi del sonno e per aiutare a gestire e riequilibrare le emozioni come la rabbia, la paura o la tristezza.

Aiutano a ritrovare la calma e la lucidità in situazioni ansiogene o di stress intenso: sono ideali per affrontare esami, gare sportive, colloqui di lavoro o ambienti lavorativi particolarmente stressanti. Sono un ottimo alleato in caso di overthinking, pensieri intrusivi, stati di agitazione, malinconia, nostalgia, solitudine e sensi di colpa. Vengono utilizzati anche per superare traumi, forti dispiaceri e lutti. Sono un supporto nei periodi di transizione e cambiamento come un trasloco, una gravidanza o una separazione, in viaggio e per affrontare le fluttuazioni emotive. Aumentano l’autostima e la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità trasformando in sicurezza la paura di fallire e migliorando la percezione di sé. Possono dare carica, energia, forza e motivazione.

I 7 gruppi

I 38 fiori possono essere suddivisi in 7 gruppi che vanno a definire la disarmonia che li accomuna e che Edward Bach definiva le “vere malattie dell’umanità”.

Paura

La paura è un’emozione fondamentale per la sopravvivenza, ci spinge a riflettere in determinate situazioni e ad agire con accortezza e prudenza. I Fiori di Bach che fanno parte di questo gruppo non annullano questa emozione, ma ne riducono l’effetto paralizzante incrementando la nostra capacità di comprendere e valutare le situazioni con lucidità e trovando così in noi stessi il CORAGGIO per poterla affrontare. I 7 rimedi che fanno parte di questo gruppo agiscono distintamente su diversi tipi di paure:

-Paura paralizzante: terrore e panico

-Paure concrete e conosciute, alle quali si è in grado di dare un nome, fobie

-Paura di perdere il controllo e impazzire

-Paure indefinite e vaghe, timori imprecisati

-Paura e preoccupazione per gli altri, timore che possa accadere qualcosa di spiacevole a chi si ama

Ogni volta che nella vita è necessaria una dose di coraggio, di sbloccare una situazione nella quale siamo paralizzati a causa delle nostre paure, di affrontare le nostre fobie, o di lasciarci andare e vivere più serenamente l’ignoto possiamo ricorrere ai fiori di questo gruppo.

I fiori che fanno parte di questo gruppo sono ideali qualora si voglia intraprendere un percorso per lavorare sulle proprie paure e riuscire a tirare fuori la forza per affrontarle e anche superarle o comunque conviverci con serenità.

Incertezza

l’incertezza può essere causata da sfiducia nelle proprie intuizioni, carente motivazione o passate esperienze negative. Come la paura può generare situazioni di stallo e rallentare un percorso di crescita, inoltre può anche essere motivo di errori di valutazione e di scelta, può generare instabilità emotiva, pessimismo, tendenza a smarrirsi o a chiedere sempre consiglio agli altri. I Fiori di Bach che fanno parte di questo gruppo aiutano a ritrovare chiarezza mentale, ad ascoltare le proprie intuizioni con fiducia e a prendere decisioni con RISOLUTEZZA. I I 7 rimedi che fanno parte di questo gruppo agiscono distintamente su diversi tipi di incertezza:

-Incertezza per sfiducia della propria voce interiore e incapacità di decidere autonomamente

-Incertezza dovuta all’incapacità di scegliere tra due alternative

-Incertezza causata da pessimismo e tendenza a demoralizzarsi

-Incertezza dovuta dalla perdita di ogni speranza e forte rassegnazione

-Incertezza per mancanza di energia e demotivazione

-Incertezza davanti a molteplici possibilità

Si può dunque ricorrere ai fiori di questo gruppo ogni volta che si ha bisogno di ritrovare fiducia nel proprio potere decisionale e nelle proprie capacità, quando si necessita di forza, energia e motivazione per poter portare a termine qualcosa o intraprendere un nuovo percorso, per una dose di speranza e ottimismo o quando si è indecisi tra due possibilità o più strade da percorrere nella vita.

Mancanza d’interesse per il presente

I fiori che appartengono a questo gruppo sono ideali per tutti coloro che hanno perso interesse nel presente e non riescono a vivere consapevolmente nel qui e ora.

La mancanza di interesse per il presente può essere dovuta a:

-Un’indole da sognatori e fuga in un futuro immaginario

-Nostalgia del passato

-Rassegnazione e apatia

-Esaurimento psico-fisico

-Rimuginio mentale

-Tristezza e malinconia

-Mancanza di attenzione e propensione a ripetere sempre gli stessi errori

I fiori di questo gruppo possono essere utilizzati ogni volta si senta la necessità di tornare consapevolmente e vigilmente nel qui e ora, per VIVERE IL PRESENTE attivamente, con energia ed entusiasmo, senza fuggire in un passato ormai perduto o in un futuro fatto di sogni e fantasie che allontanano dalla realtà. Scacciano via le nubi della tristezza e della malinconia aiutando a ritrovare il proprio sole e la propria luce interiore, vivendo il presente a pieno con ottimismo e consapevole PRESENZA.

Solitudine

La solitudine è una sensazione di disconnessione e mancanza di legami sociali significativi, che può manifestarsi per scelta, quindi in seguito ad un isolamento volontario, oppure può essere una condizione subita e non cercata che, soprattutto quando non voluta e se prolungata nel tempo, può essere dannosa per il benessere psicofisico.

I fiori che fanno parte di questo gruppo sono tre e rappresentano tre diversi tipi di solitudine:

-Solitudine dovuta a impazienza e nervosismo

-Solitudine per sensazione di vuoto interiore e conseguente invadenza

-Solitudine per distacco emotivo e orgoglio

I fiori di questo gruppo possono essere utilizzati da tutti coloro che non riescono ad essere pazienti con chi è più lento e tendono dunque a lavorare e risolvere le cose da soli per paura di perdere tempo affiancandosi ad altri e collaborando in gruppo. Portano calma interiore, aiutano a rallentare e indulgere con gli altri, infondono una profonda PAZIENZA.

Possono essere un valido aiuto per chi ricerca sempre la compagnia di qualcuno e si sente infelice quando rimane da solo e non ha nessuno con cui parlare. Infine possono aiutare a socializzare e ad aprirsi al mondo a tutti coloro che tendono volontariamente ad isolarsi.

Nella vita di tutti i giorni questi fiori possono essere utili per affrontare lavori di gruppo e in situazioni in cui è necessario parlare in pubblico.

Ipersensibilità

Quando si ha una percezione particolarmente intensa degli stimoli esterni determinate interferenze possono deviare il nostro cammino. I fiori di questo gruppo proteggono e permettono alla nostra più autentica espressione di manifestarsi in modo equilibrato. Sono quattro e sono suddivisi secondo quattro differenti tipi di ipersensibilità:

-Ipersensibilità per inquietudine, tormento interiore e ricerca di armonia a tutti i costi

-Ipersensibilità nei confronti dei bisogni altrui e bisogno di riconoscimento

-Ipersensibilità nei confronti del cambiamento

-Ipersensibilità per il dolore a cui si reagisce con rabbia

I fiori di questo gruppo possono aiutare ad accettare le proprie emozioni e viverle sinceramente senza bisogno di nasconderle ed indossare maschere. Sono ideali per tutti coloro che hanno difficoltà a dire di no agli altri e che si dimenticano di se stessi e del proprio benessere anteponendo al loro quello altrui. Questi fiori inoltre possono essere utilizzati in tutte le situazioni di cambiamento: il passaggio da una fase della vita ad un’altra, un trasloco, il cambio di scuola o di un lavoro, un matrimonio, una gravidanza, una separazione o un divorzio, il pensionamento, un lutto. Sono ideali anche durante un viaggio. Un fiore di questo gruppo, infine, aiuta a gestire la rabbia.

Scoraggiamento e disperazione

Fanno parte di questo gruppo ben otto fiori, è infatti il gruppo più numeroso di tutti. La maggioranza sono fiori legati a stati d’animo indotti da situazioni perduranti nel tempo che portano alla perdita di speranza in una risoluzione finale positiva. Questi fiori aiutano a ritrovare l’energia, la positività, la fede e la SPERANZA. Lo scoraggiamento e la successiva disperazione, che ne può conseguire, possono avere svariate cause:

-Mancanza di fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità

-Sensi di colpa

-Sopraffazione per compiti e obiettivi che vanno oltre i propri limiti

-Traumi recenti o passati

-Rancore e risentimento che portano a sentirsi vittime della vita

-Eccessivo senso del dovere che non concede tregua

-Senso di contaminazione e bisogno di ordine, pulizia e purificazione

-Estrema sopportazione giunta al limite, quando si tocca il fondo

Si può dunque ricorrere ai fiori di questo gruppo quando, per mancanza di autostima, non si ha FIDUCIA in se stessi e nelle proprie capacità, quando si è logorati dai sensi di colpa, per superare un trauma o quando ci si sente vittime della vita e non si riesce a reagire. I fiori di questo gruppo sono ideali per tutti coloro che non riescono a lasciare andare le troppe responsabilità e sono in sovraccarico. Possono inoltre essere degli ottimi alleati nei periodi di stress e stanchezza fisica e mentale causata da troppi impegni o quando si pensa di essere arrivati al limite e si sente il bisogno di “risorgere” dalle proprie ceneri. Infine un fiore appartenente a questo gruppo può essere utilizzato quando si sente il bisogno di purificarsi o di purificare e ripulire un ambiente.

Preoccupazione eccessiva per gli altri e per ciò che è esterno a noi

I fiori che appartengono a questo ultimo gruppo hanno il compito di riequilibrare uno sbilanciamento verso l’esterno, ridimensionare le eccessive preoccupazioni nei confronti degli altri e ridurre il bisogno di controllo o in casi più estremi anche di eventuali prevaricazioni.

Fanno parte di questo ultimo gruppo i fiori che lavorano su:

-Eccessiva rigidità morale con conseguente auto-repressione

-Intolleranza e irritabilità nei confronti degli altri e dell’ambiente esterno

-Amore possessivo ed eccessiva cura che può sfociare nell’invadenza

-Eccessivo idealismo che può arrivare al fanatismo

-Autoritarismo

I fiori dell’ultimo gruppo aiutano a lasciare andare e a lasciarsi guidare, a ridurre le proprie rigidità e convinzioni, ad ascoltare senza giudizio e a vivere i rapporti con più LIBERTA’, TOLLERANZA e rispetto per le idee ed i bisogni altrui. Inoltre un fiore appartenente a questo gruppo viene utilizzato anche come aiuto in caso di intolleranze alimentari e allergie.

I Fiori di Bach presso l’Atelier del Profumo Alice Rita Giugni

I Fiori di Bach possono essere assunti oralmente, utilizzati topicamente, vaporizzati nell’ambiente o miscelati con oli essenziali in profumi terapeutici.

Presso l’Atelier del Profumo Alice Rita Giugni di Prato e di Pratovecchio Stia in provincia di Arezzo è possibile iniziare un percorso di Floriterapia attraverso colloqui di un’ora in cui si può comprendere quali Fiori possono esserci di aiuto. Vengono inoltre realizzati profumi terapeutici in alcol o in olio con oli essenziali e fiori di Bach per la persona e per l’ambiente, anche personalizzati su misura in base alle varie esigenze.

E se fosse possibile distillare in una fragranza la tua storia? Se potessi indossare un profumo unico al mondo, realizzato su misura per te?

E se fosse possibile distillare in una fragranza la tua storia? Se potessi indossare un profumo unico al mondo, realizzato su misura per te?

Il profumo è un racconto scritto con le essenze, capace di evocare immagini, sensazioni, emozioni e ricordi. Gli oli essenziali, le resine e le essenze sono le parole di un linguaggio sottile ma estremamente potente che, attraverso l’olfatto, comunica direttamente con le nostre emozioni e con la nostra memoria. Ogni essenza racchiude un significato, esprime un messaggio, ha i suoi miti, le sue leggende, i poteri magici che le sono stati attribuiti nei secoli, può essere simbolo e archetipo. Gli oli essenziali agiscono attivamente sul nostro corpo e sulla nostra mente influenzando i nostri stati d’animo e richiamando ricordi.

Un profumo personalizzato realizzato su misura è una fragranza unica al mondo, soltanto TUA, non disponibile sul mercato, che viene realizzata esclusivamente per te.

Il profumo personalizzato è caratteristico e distintivo e può raccontare agli altri chi sei e trasmettere, attraverso aulenti scie, le sfumature della tua anima e del tuo Io creando un’immagine di te ed un ricordo indelebile in chi ti sta intorno. Un profumo realizzato su misura può essere il tuo ritratto olfattivo: la tua anima dipinta con le essenze. Il profumo personalizzato, però, può anche essere indossato come una maschera, è uno strumento potente con il quale puoi veicolare qualsiasi messaggio tu voglia mandare a chi ti è vicino e trasmettere qualsiasi immagine tu voglia. Attraverso un profumo su misura puoi acquistare maggiore autostima e sicurezza e trasmetterla anche agli altri. Puoi scegliere essenze ed oli essenziali rilassanti che ti aiutino ad affrontare gli impegni lavorativi o i periodi stress oppure che possano darti energia o concentrazione. Inoltre è anche possibile realizzare un profumo su misura terapeutico attraverso l’utilizzo di oli essenziali specifici che svolgeranno una vera e propria aromaterapia e dei fiori di Bach. Il profumo personalizzato su misura terapeutico agisce sia a livello fisico che psico-emotivo ed è un valido aiuto per ritrovare il proprio equilibrio e benessere.

Come avviene la realizzazione di un profumo su misura?

La realizzazione di un profumo personalizzato creato su misura può avvenire sia per commissione tramite un colloquio telefonico sia mediante la partecipazione attiva del committente che interagisce direttamente attraverso un vero e proprio viaggio sensoriale costituito da una degustazione olfattiva guidata. Durante la degustazione olfattiva guidata è possibile scegliere tutte le essenze che andranno a comporre il profumo e osservare come viene realizzata una fragranza artigianale.

La realizzazione di un profumo personalizzato creato su misura è un’esperienza sensoriale che trascende la semplice fragranza: è un sinestetico viaggio alla ricerca di sé, tra ricordi evocati, sensazioni ed emozioni.

Regalati o regala l’esperienza di un profumo personalizzato

L’esperienza della realizzazione del profumo personalizzato realizzato su misura può essere regalata attraverso un buono regalo per il formato 30 ml oppure attraverso un buono regalo per il formato 50 ml e può anche essere condivisa regalando un buono per un percorso olfattivo da condividere in coppia con realizzazione di due profumi personalizzati diversi legati da un fil rouge di essenze in comune, disponibili in formato 30 ml e in formato 50 ml.

Regalare l’esperienza sensoriale di realizzazione di un profumo su misura significa regalare emozioni e ricordi che potranno essere rivissuti ogni volta che si indossa il profumo. All’esperienza di realizzazione di un profumo su misura può anche partecipare la persona che lo ha regalato, degustando le varie essenze, consigliando e condividendo insieme il viaggio olfattivo.

Regalarsi un profumo personalizzato su misura è un gesto d’Amore per se stessi, significa concedersi del tempo per vivere un’esperienza suggestiva e immersiva che farà nascere una fragranza unica e solo tua.

Tutti i profumi personalizzati sono realizzati artigianalmente secondo le antiche tecniche della profumeria fiorentina, con essenze vegane e cruelty free, oli essenziali di origine vegetale purissimi e attentamente selezionati e resine naturali. I flaconi e il packaging possono essere riutilizzati e riciclati nel pieno rispetto dell’ambiente. Ogni profumo è creato con cura, passione e amore.

Dove avviene la magia

La realizzazione dei profumi personalizzati avviene in Toscana, a Prato in via 7 marzo 16 A e in provincia di Arezzo a Pratovecchio in via Circonvallazione 33 B su appuntamento.

L’Atelier del profumo Alice Rita Giugni di Prato si trova in una zona della città residenziale e tranquilla, lontana dal traffico e dalla frenesia urbana. Non è un negozio ma un appartamento privato dove potersi concedere un momento di pace e regalarsi del tempo per se stessi.

Lo studio di Pratovecchio si trova in un idilliaco paese tra le meravigliose foreste casentinesi, facilmente raggiungibile da Arezzo.

Se vuoi vivere un suggestivo viaggio sensoriale che darà vita ad un profumo unico e solo tuo, realizzato artigianalmente con cura e amore, ti aspetto a Prato o a Pratovecchio , in Casentino.

Immagine di copertina realizzata da Domenica Grillo, freelance Photographer.

Erbe delle Streghe

E mentre nell’antico Egitto, per i Greci e per i Romani il lato più profano ed edonistico del profumo conviveva in armonia con il lato sacro e mistico, durante il Medioevo il profumo, come strumento di seduzione, cominciò ad essere guardato sempre più con sospetto, soprattutto dalla Chiesa. Le donne che ne facevano uso o, peggio ancora, che conoscevano l’utilizzo delle erbe e delle essenze iniziarono ad essere bollate come streghe, che ammaliavano l’uomo con l’inganno o che utilizzavano tali unguenti per servire il Demonio. La situazione precipitò nel periodo dell’Inquisizione e portò alla drammatica morte di circa 50.000 persone in Europa, soprattutto donne.

Dal Medioevo all’inquisizione: il profumo come strumento del demonio

Le donne medicina, le medichesse, le erbarie in realtà avevano un profondo bagaglio culturale sulle proprietà terapeutiche e cosmetiche delle piante e le utilizzavano principalmente per aiutare le altre donne ed in generale chiunque avesse bisogno. Ovviamente questo tipo di medicina era intriso di magia popolare, per cui si attribuivano poteri sovrannaturali alle erbe, ma comunque di natura benefica e come strumenti di aiuto. Alcune erbe furono addirittura catalogate come “erbe delle streghe” e le supposte proprietà magiche sono giunte a noi proprio attraverso trattati sulla stregoneria dell’epoca. Ciò che ci è pervenuto è quindi frutto di credenze altamente misogine figlie dell’epoca.

Erbe delle Streghe

Lo Stramonio

Lo Stramonio o Datura ha una lunga e ancestrale storia di utilizzo rituale in moltissime civiltà del passato. Ne facevano un utilizzo sciamanico e divinatorio gli Aztechi, tra le varie piante e animali enteogenici utilizzati. Se ne trova testimonianza nelle rappresentazioni su murales, vasi e altri oggetti e si parla dello stramonio nel manoscritto “Libellus de Medicinalibus Indorum Herbis” del 1552 scritto da due farmacisti aztechi. La Datura veniva utilizzata nella medicina popolare in epoca medievale come narcotico ed anestetico ma, a causa della sua tossicità e dei suoi effetti psicotropi, venne anche considerata un’erba maledetta e per questo legata a storie e leggende di maghi (presente nelle pozioni somministrate da Circe ad Ulisse e ai suoi compagni nell’Odissea), avvelenatori (è il veleno assunto da Romeo e Giulietta), possessioni demoniache, casi di licantropia. Lo Stramonio era definito erba del diavolo o delle streghe insieme alla Belladonna, alla Mandragora e al Giusquiamo. Si pensava, infatti, che venisse utilizzato durante i sabba proprio dalle streghe per poter comunicare con il demonio o richiamare esseri infernali. La Datura viene citata nel “Malleus Maleficarum” del 1486 e nel “Compendium maleficarum” del 1608.

Lo Stramonio ha un profumo sottile, delicato e ammaliante, nonostante sia una pianta dagli effetti estremamente potenti e tossici ed è stata probabilmente questa sua doppia natura ed i suoi utilizzi rituali a generare questo alone di mistero e racconti leggendari.

In realtà, però, la Datura non è un’erba maledetta e non ha alcun potere magico, le sue proprietà sono dovute ad un’alta presenza di alcaloidi tra cui la scopolamina, responsabile delle allucinazioni e della forte eccitazione, nonché in alte dosi, di paralisi e coma e dell’atropina, che causa sonnolenza, confusione mentale, delirio, disorientamento e a sua volta allucinazioni. 

La Belladonna

Un’altra “erba delle streghe” è l’Atropa Belladonna il cui nome “Atropa” deriva da una delle Moire greche, Atropo appunto, che era colei che recideva il filo della vita, nome scelto proprio per la potenziale mortalità dell’assunzione della pianta. La Belladonna veniva utilizzata dagli antichi Romani come veleno: imbevevano le punte delle frecce con il suo estratto per aumentarne la letalità.

Il nome “Belladonna” deriva, invece, dall’utilizzo cosmetico che ne facevano le donne durante il Rinascimento per dilatare le pupille ed avere quindi uno sguardo più profondo e attraente. Questa usanza era tuttavia molto pericolosa poichè poteva causare avvelenamento, problemi respiratori, delirio e la cecità.

La Belladonna si ritrova tra le piante citate nei processi alle streghe, soprattutto per la sua presunta proprietà di riuscire a far volare.

Un testo di Francis Bacon recita:

“ Si dice che l’unguento usato dalle streghe sia fatto con succo di atropa, latuca virosa e potentilla, mescolate con farina e grasso. Io però penso che siano medicinali soporiferi, con cui si preparano questi unguenti .” Ed era proprio così, la Belladonna induce un sonno allucinato che poteva imprimere nella coscienza alterata la sensazione di volare.

La Belladonna, come la Datura, è una pianta alcaloidea il cui principio attivo principale è l’atropina responsabile della midriasi (dilatazione della pupilla), paralisi, allucinazioni, amnesia, tachicardia, in alte dosi paralisi letale del sistema nervoso centrale. Ha molteplici utilizzi medici, anche in ambito oftalmico per la midriasi e come antidoto per vari avvelenamenti ad esempio da muscarina (Amanita Muscaria), utilizzando ovviamente le giuste dosi, dosaggi sbagliati possono essere letali.

Il profumo oggi

Nei vari secoli il profumo ha assunto significati magici di protezione, purificazione, connessione e tramite con la divinità, portale verso altre dimensioni, strumento di seduzione e fascinazione. Dal quattordicesimo secolo i profumi si intersecano con le ricerche degli alchimisti fino a divenire elisir di lunga vita. Furono gli alchimisti ad affinare metodi sempre più efficaci per estrarre gli oli essenziali dalle piante e a riportare in occidente l’arte della distillazione e di conseguenza l’utilizzo dell’alcol. Da qui in poi si iniziano a formulare “acque miracolose” come l’acqua della Regina d’Ungheria: un’acqua distillata al rosmarino arricchita da lavanda che si dice mantenesse la regina Isabella d’Ungheria così giovane e bella da attirare uomini 50 anni più giovani di lei, ricevuta in dono proprio da un alchimista. Questa leggenda testimonia come nelle corti il profumo conservasse un alone magico.

Dal 900 in poi questa magia, soprattutto in occidente perché in oriente e in determinate popolazioni legate alla natura rimane, si è sempre più andata a perdere. Il profumo è divenuto un normale oggetto di consumo, facilmente reperibile, relegato a semplice strumento di cosmetica. Le materie naturali inoltre, spesso care e rare, sono state in gran parte sostituite da molecole di sintesi ed i processi di realizzazione artigianali sono stati rimpiazzati da processi industriali.

Ma le essenze continuano ad avere grandi poteri, soprattutto se naturali, poteri forse non magici ma indubbiamente capaci di alterare le nostre percezioni, creare atmosfere, evocare ricordi e, per quanto riguarda gli oli essenziali, anche agire fisiologicamente sul nostro corpo.

A tal proposito io per le mie creazioni utilizzo principalmente essenze naturali, polveri, resine ed oli essenziali che possano trasmettere al profumo le loro proprietà ed infine in ogni fragranza inserisco sempre… Qualche goccia di magia.