“Una storia” – il potere della memoria olfattiva

L’olfatto è custode della nostra memoria più profonda: un filo sottile tra identità, emozioni e ricordi che vivono nel corpo e nell’aria, prima ancora di prendere forma nelle parole.

La memoria olfattiva permea la nostra vita più di quanto razionalmente possiamo comprendere. 

L’olfatto è custode della nostra memoria più profonda: un filo sottile tra identità, emozioni e ricordi che vivono nel corpo e nell’aria, prima ancora di prendere forma nelle parole.

Quando si riesce a catturare su carta un ricordo olfattivo e a descriverlo, la letteratura diventa custode di ciò che il naso ricorda prima ancora della mente.

Di seguito un meraviglioso pezzo della talentuosa scrittrice Mari Catricalà che racconta come la scomparsa dell’olfatto anticipi la dissoluzione di emozioni ed identità, svelando la fragilità e la potenza di ciò che percepiamo prima delle parole.

Quando l’olfatto svanisce, non muore solo un senso. Svaniscono i ricordi che gli odori custodivano ed inevitabilmente svanisce parte di sé.

L’anosmia nell’Alzheimer è un piccolo silenzio che attraversa la memoria e l’anima, lasciando vuoti dove prima c’erano stanze di vita vissuta.

una storia” di Mari Catricalà apre porte di riflessione sulla memoria olfattiva in letteratura e sul profondo legame che intercorre tra anosmia e alzheimer, tra olfatto ed identità.

Una Storia

per mia madre

in orbita
da piccola giocavo a fare la strega senza sapere di esserlo veramente.

così, quando quasi vent’anni più tardi ho conosciuto la madre di un altro che, con ghigno complice e beffardo, mi confessava di essere strega e figlia di strega, ho pensato con stupore felice e in un inevitabile imperfetto verbale: sapevo di non essere sola. in quel momento, ero convinta si fosse appena formato una specie di legame ultraterreno con questa madre altrui – e, per proprietà transitiva, con la madre della madre che stava seduta al lato opposto del tavolo. due streghe sornione e malandrine che mi guardavano e dicevano che eravamo la stessa cosa. lo credevo intensamente perché, un po’, volevo che fosse vero. volevo un legame lontano da ogni cosa conosciuta, che col sangue non c’entrasse nulla e che distasse dalla terra anni luce (terra come sinonimo di conoscenza). una connessione a tutti gli effetti matrilineare ma in cui la maternità c’entrava più con le assonanze di spirito e i loro echi che con la genetica. io mi riconoscevo strega perché chi mi faceva l’occhiolino confessandomi di esserlo a sua volta mi sembrava una persona a me molto affine. qualcuno che sapeva volermi bene senza filtri e senza inganni – pensavo –, con una spontaneità e totalità da far invidia all’infanzia.

mia madre mi aveva messa in guardia, mi aveva detto: «それ、何かおかしいよ。いい加減にお家に帰りなさい / sore, nani-ka okashii-yo. iikagen-ni ouichi-ni kaerinasai / guarda che ‘sta roba è strana. piantala e torna a casa» ma io non ne avevo voluto sapere. allora ero spezzata e non vedevo accettazione al di fuori di quella. avevo scelto di ferire mia madre e lo facevo con la vendetta in corpo. la nostra incomunicabilità si era spinta a tanto.

dopo qualche anno, però, quella connessione stregonesca è contro ogni mio pronostico precipitata sulla terra, facendo un gran fracasso. nonostante ciò, credo ancora che la sua verità regga. loro erano streghe e io pure.

mia madre, inizialmente, no. o così mi era parso di capire. sta di fatto che ai miei occhi lo è diventata solo col tempo e si è manifestata nella sua magia prima a sprazzi poi con sgomenta pervasività.

esistono tante magie quante sono le realtà che sostituiscono, o che creano. a volte, la magia si insinua negli spazi lasciati vuoti, nelle sospensioni. e le sospensioni, nella vita di mia madre, hanno iniziato a prendere sempre più posto e, pian piano, a sostituirla. così mia madre è diventata una strega – ma di una magia molto diversa dalla mia.

lingua di madre
la storia della mia famiglia è transcontinentale e ogni volta che penso ai confini mi vengono in mente le linee nere e sottili che tracciavo alle elementari, prima col dito sulla cartina, poi con il pennarello sulla carta da lucido, quando da distratta studentessa di geografia ero costretta a ricreare le mappe ricalcandole, nella vana speranza che rimanessero impresse non solo fuori ma anche dentro di me. non ricordo se avessimo mai disegnato il giappone, ma ogni volta che penso ai confini che ho attraversato per raggiungere pezzi diversi della mia famiglia in continenti lontani, mi galleggiano negli occhi quelle linee nere e sottili.

mia madre è nata in una città in realtà grande, ma che a me viene sempre da pensare piccola, a due ore di shinkansen da tokyo. è lì che da bambina passavo le estati con i nonni, un’epoca fantastica in cui non riuscivo mai a quantificare le escursioni spaziotemporali con l’italia. erano mesi di mescolanza e confusione, perché quel posto che in teoria avrei dovuto chiamare seconda casa era in realtà il luogo della riscoperta, dove le strade, i nomi, le cose e persino le persone avevano il retrogusto di qualcosa di quasi noto ma mai del tutto. ci si aspettava da me che padroneggiassi la lingua, cosa che mi stupivo di fare per davvero, ma con delle crepe che era difficile giustificare. i piccoli vuoti nel mio giapponese sempre un po’ ammaccato erano il segnale identificativo di chi nella lingua ci è nata e vissuta solo in senso biologico e non in quello sociale. la mia era un’appartenenza posticcia che al rientro in italia mi mandava in tilt il cervello, impossibilitato – almeno nei primi giorni – a distinguere le due lingue in cui ero cresciuta, con l’infelice risultato di far zampillare la comunicazione in qualsiasi direzione che non fosse quella efficace.

in queste aritmie linguistiche mia madre sapeva come salvarmi, abituata com’era ad abitare le transizioni tra quelle stesse lingue. per questo, per me, lingua madre vuol dire lingua di mia madre, che è stata generosa abbastanza da condividere con me il suo giapponese mentre tutt’attorno mi cresceva un parlare diverso. non lo sapevo allora ma l’ho intuito più tardi, che l’abilità di trovare casa negli intermezzi è stato il potere magico più grande che mia madre mi abbia trasmesso.

anche adesso, nelle sospensioni che la occupano, continua a traghettarsi tra una lingua e l’altra e mi ricorda che il nostro rapporto è frutto non dell’amore ma della malleabilità linguistica: è in questo idioma cangiante inesatto fantasioso che ho imparato a definirla e a definirmi. le lingue e i loro residui sono intersezionali tanto quanto le identità che formano, e chi le parla esprime il margine che risulta dai loro intrecci.

in orbita, di nuovo
se le magie sono tante, altrettanti sono i modi di essere strega, e per me molto ha a che fare con l’intermezzo tra ciò che percepisco e la parola trovata per esprimerlo. la mia magia sta nelle parole e il mio campo di gioco è lo scarto tra la sensazione e il nome che le do. ho spesso lasciato che mia madre entrasse in questo campo di gioco e cercasse e trovasse con me le parole, per creare realtà che avrebbero stupito noi stesse, anzitutto, e a volte anche gli altri. nel nostro rapporto travagliato, la congiunzione era un fenomeno raro, ma ogni volta che mi sentivo assediata da cose e persone fuori di me, scavavo il nostro legame come atto di difesa, raggomitolandomi nelle lingue che condividevo con lei.

eravamo persone diverse come tutte le altre in un mondo che però insisteva a pensarsi omogeneo. io non credo che le storie salvino, al massimo danno l’impressione di farlo – ma è in questa apparenza che respiriamo, e raccontarci con altre parole è stato il piccolo atto di resistenza che abbiamo imparato a praticare.

quando però le bizzarrie della malattia di mia madre hanno preso a offuscare le sfaccettature del nostro rapporto, quella resistenza dinoccolata che avevamo costruito, scoordinate ma insieme, ha cambiato di segno e mi si è rinchiusa addosso. mi ero più volte chiesta, anni prima, se una relazione scheggiata come la nostra dove i ponti tra le lingue diventavano più una scusa per non capirsi che uno strumento di riparazione potesse dirsi davvero tale. ma ora che sentivo il sostegno di mia madre disperdersi insieme alla sua persona, mi rendevo conto che sì, un rapporto effettivamente era esistito in una qualche forma disfunzionale, perché adesso lo vedevo sgretolarsi.

con la rabbia da catastrofe imprevista, ho scelto l’esclusione di mia madre dal mio campo di gioco. ora resistevo dentro me stessa, da sola, identificando mia madre con la sua malattia e lanciandola lontana da me. le lingue, che per quanto infrante e scompigliate avevano faticosamente creato un legame tra noi, non funzionavano più. la magia, quella specifica magia, era interrotta. mia madre mi cercava e io mi nascondevo, negando le parole dove vedevo che faticava a trovarne. ero tornata in orbita per la seconda volta, anni luce da ciò che conoscevo, ma adesso tranciando anche l’ultimo dei brandelli che mi tenevano connessa alla terra, sinonimo di conoscenza.

mi ero trasformata in una pessima figlia, con triste e arrabbiata consapevolezza, e avevo iniziato a interrogarmi sconcertata su cosa significasse invece essere una buona figlia, senza trovare risposta. sono solo riuscita a pensare che mettiamo sempre tutto il peso sociale sulle madri ma raramente ci aspettiamo qualcosa dai figli – o persino dalle figlie. per questo l’ho sempre fatta franca qualsiasi cosa combinassi contro me stessa o contro di lei. è così facile accusare una madre di tutti i mali che i figli e le figlie hanno fatto, fanno e faranno. ma quando viene il momento per questi di esserci, di stare nel dolore con e per la madre e non ci riescono, la mancano, allora cosa si dice loro? e cosa si dice di loro?

a.
hanno spiegato a mio padre che sua moglie aveva una malattia della memoria già da tanti anni, ma che si stava manifestando con sintomi evidenti soltanto ora. io avevo notato già da tempo che l’aura di mia madre aveva cambiato colore e consistenza. era diventata grigio pallido e sottile. e ho detto al medico che mia madre aveva iniziato con i primi sintomi di anosmia molto giovane, ben prima di concepirmi anche solo nei suoi sogni, ben prima dell’italia. l’ultimo baluardo di senso olfattivo era stato il basilico di casa nostra, una manciata di anni prima, poi più nulla. poco dopo, un’insicurezza mai vista prima nella sua persona aveva fatto capolino inaspettatamente, per restare senza logica alcuna. poi paura, ansia, rabbia, un po’ di paranoia. la sua creduta imperitura capacità di individuarsi in qualsiasi spazio e tempo si era improvvisamente dissolta. mia madre è stata attraversata da svariati microsismi di personalità che percepivo più nel suo modo di parlarmi e di vivermi che nell’amnesia del giorno del mio compleanno. ho sussurrato al medico che più che una malattia della memoria io vedevo una malattia della personalità e delle emozioni.

ho smesso di riconoscere mia madre mentre lei smetteva di riconoscere se stessa, ed è iniziato lo strano lutto che mi ha portata a piangere una persona in vita come se fosse morta. intanto, la magia di mia madre è esplosa in tutti gli interstizi che la malattia apriva nella sua realtà, una supernova. era una magia sconclusionata e incredibilmente creativa, un’inondazione di frasi sconnesse e tante, tantissime immagini. vedeva fili colorati e sentiva gatti dove non c’erano; incredibilmente riusciva ancora a tenere scisse le due lingue della sua vita ma il nostro gioco di transizioni si era inceppato. avevo perso una madre e ne avevo trovata un’altra. il ritrovamento, però, non aveva il sapore di un successo, piuttosto di una domanda stranita posta con esitazione.

scoprire una madre nuova mi aveva buttata nel pieno di una corrente interstellare dove tutte le componenti cosmiche erano allucinazioni brillanti e parole luminose. ora, quando mi riavvicino a lei, l’accostamento genera un vortice di luce in cui mi abbaglio e la abbaglio, e solo da poco ho capito che questo ha il potere di riportare tutto a zero: la mia rabbia, la sua assenza, le nostre intermittenze. e il nulla cosmico germoglia sempre, in un modo o nell’altro.

quando ero più grande, ero un marinaio in mare aperto

avevamo fatto delle lingue stravaganti il nostro segno magico per eccellenza. nel rimescolio di tutte le cose, ho capito che c’era una forza singolare non solo negli incastri linguistici ma anche nel tempo verbale in cui sceglievo di parlare. per questo, con mia madre ho iniziato a praticare l’imperfetto con la stessa metodicità con cui si scaccia il malocchio.

ci eravamo insegnate a vicenda, quando la malattia era agli albori e mia madre non mi sembrava affatto magica, che l’imperfetto è uno dei tempi del passato ma, per una coincidenza strabiliante, è anche il tempo del “facciamo che ero una fata” e del “c’era una volta”. il tempo, cioè, dell’immaginazione e della possibilità. lei aveva commentato che quella delle due anime dell’imperfetto era un binomio contraddittorio. il passato è come la storia, diceva, è composto di fatti, non di fantasie. ne era nata una discussione profetica in cui le avevo confessato che, in realtà, il passato che riportiamo nel presente, ciò che chiamiamo memoria, non è la copia esatta di un evento vissuto; è piuttosto una ricostruzione approssimativa, un bricolage maldestro che il nostro cervello fa con le ombre e le emozioni delle nostre esperienze che non coincidono mai del tutto con ciò che è effettivamente accaduto. ricordare è, praticamente, creare.

mia madre si era fermata un attimo a riflettere, per poi ribattere, un po’ risentita, che allora il linguaggio ci inganna, se uno stesso tempo verbale significa sia un fatto che una possibilità. o magari ci dice che possiamo scegliere che significato dargli, le avevo risposto. è come se il linguaggio, a volte, in certe sue sfumature, lasciasse intravedere di noi molto più di quanto vogliamo ammettere, anche a noi stesse.

when i was older i was a sailor on an open sea.

è il primo verso della canzone “when i was older” di billie eilish. quando ero più grande ero un marinaio in mare aperto. l’ho ascoltata tante volte in solitaria perché mi aiuta a calarmi nel gioco dei racconti che ora faccio spesso con mia madre. l’imperfetto di quel verso proietta una fantasia, o magari un desiderio, nel futuro. cioè usa il passato per dire qualcosa sul futuro attraverso l’immaginazione, il sogno.

quando osservo mia madre affastellare parole adesso, penso che la sua capacità di creare sia rimasta intatta, come pure, in un certo senso, quella di ricordare. ha semplicemente cambiato modo di farlo, e questo nuovo modo richiede ascolto sopraffino: la mia magia e la sua sono disallineate più che mai, ma è in questa distanza che misuro le nostre intersezioni.

la realtà di mia madre fiorisce sotto il segno dell’imperfetto, che vuol dire nell’impossibilità di distinguere passato presente futuro. non credo esista una forma di libertà più spaventosa di questa, e mi rassicura sapere che prima o poi avrà con sé l’inconsapevolezza completa, unico amuleto che valga la pena portarsi dietro.

un ricordo
le scale della casa di mia nonna in giappone sono molto strette e in legno. quando ero piccola, io e mia madre dormivamo al piano di sopra e la sera capitava che dovessi scendere per andare in bagno. mi ricordo che avevo paura perché il fondo della scala era molto buio, i gradini scricchiolavano e non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea (la convinzione, a dirla tutta) che ci fosse uno spirito maligno pronto a trascinarmi giù. correvo sulle scale velocissima, non tanto per sfuggire allo spiritaccio quanto per raggiungere la luce che avrebbe dissolto quella convinzione in un bizzarro quasi comico ricordo.

da allora sono passati circa vent’anni, non temo più lo spirito maligno perché me lo son fatta amica, ma questa volta che son tornata ho visto i ricordi di mia madre che correva giù per le scale per sentire cosa nonna avesse da dirle; e i passi diversi di lei e di nonna sulle stesse scale.

è stato difficile tornare perché mi sembra di aver perso un altro pezzo di qualcosa che credevo fosse indissolubilmente mio. allontanarsi sempre di più da una lingua che dovrebbe essere madre significa allontanarsi dai suoi riferimenti sociali e culturali che dovrebbero essere stati acquisiti per osmosi una volta per tutte (ma anche questi cambiano in continuazione e se tu non ci sei dentro poi arrivi a cose fatte e hai perso). significa anche straniarsi dalla propria madre, mentre lei stessa si strania dal mondo, in un vortice centrifugo di cose che avrebbero potuto essere ma che non saranno mai.

parlare con nonna di mia madre e di sua figlia è stato faticoso. sappiamo entrambe che la perdita è il passato recente e il futuro per sempre. è una perdita di storie e di parole. quindi di identità e di spazi abitabili senza che ci si trovi spaesate a ogni svolta d’angolo. essere straniere a noi stesse vuol dire diventare straniere per gli altri.

nonna mi ha ricordato quanto mia madre dormisse quasi tutto il tempo, le ultime volte che è stata a trovarla. me l’ha detto con un piccolo sorriso. forse sospetta anche lei che almeno in sogno, dove i tempi non hanno peso, mamma sia libera, ma per davvero.

Settembre è il mese mondiale della sensibilizzazione all’Alzheimer. La storia di questa denominazione nasce nel 1901, quando il medico Alois Alzheimer incontrò la sua “paziente zero” e ne iniziò a studiare le peculiarità prima cliniche, poi anatomiche, che la distinguevano da pazienti con altri tipi di demenza. Secondo il report del 2017 dell’Alzheimer’s Disease International (ADI), entro il 2050 le persone affette da questa malattia raggiungeranno circa i 152 milioni. L’Alzheimer non è una malattia che affligge esclusivamente persone anziane e nella sua variante precoce colpisce anche la popolazione under 60.

Sebbene datato al 2016, a chi fosse interessat* ad approfondire il tema, consiglio moltissimo il libro In Pursuit of Memory del ricercatore britannico Joseph Jebelli: una storia dell’Alzheimer narrativizzata e divulgata splendidamente, con incursioni nelle varie piste di ricerca che si sono seguite negli anni, in tutto il mondo. Il supporto alle scoperte dato dai racconti dei pazienti e dei loro caregiver è (stato) sorprendentemente decisivo.

Grazie alla scrittrice Mari Catricalà per questo prezioso dono.